Valentina Manca (valentina.manca@uniroma3.it )

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1. Introduzione: Veronica Franco, cortigiana e scrittrice

2. La cortigiana honesta nella Venezia del Cinquecento

3. Da donna di piacere a donna di lettere

1. Introduzione: Veronica Franco, cortigiana e scrittrice

Stefano Bianchi, in suo recente saggio, rileva come Veronica Franco sia stata l’unica poetessa dell’area veneta a veder pubblicati in vita i propri componimenti nella forma di una raccolta[1], per poi meravigliarsi dell’: «omissione della Franco (e anche di Chiara Matraini) dal novero delle donne poetesse che nel Cinquecento italiano ebbero la fortuna di vedere la loro opera pubblicata a nome proprio[2]» in diversi studi.

In quanto cortigiana, infatti, un pesante pregiudizio morale gravava sulla sua persona così come su quella di altre autrici coeve che con lei condividevano tale condizione- in particolare Gaspara Stampa e Tullia D’Aragona – impedendo a molti critici di andare oltre l’aspetto biografico. Nell’Ottocento, dopo un silenzio durato secoli, grazie all’interesse storico di Arturo Graf e di Giuseppe Tassini emergono i primi studi dedicati all’autrice, dove però, come amaramente constaterà più tardi Benedetto Croce, «il nome di Veronica Franco è sempre accompagnato, in fronte ai libri che di lei trattano, dalla qualifica di cortigiana[3]».

Tale orientamento generale dei critici dell’epoca potrebbe essere riconducibile alla volontà dell’autrice di non «celare o di velare la professione sua di cortigiana[4]», come invece fecero le già citate Tullia d’Aragona e Gaspara Stampa, urtando quindi la sensibilità dei più moralisti.

In ogni caso, sebbene fino alla prima metà del Novecento siano stati accordati una  maggiore attenzione e un posto di maggior rilievo alla produzione poetica di Gaspara Stampa  rispetto a quella di Veronica Franco, sarebbe scorretto omettere che anche per la poetessa padovana, specie tra i suoi contemporanei, la condizione di cortigiana fu un ostacolo al pieno riconoscimento di letterata[5].

Inoltre, proprio nel saggio di Arturo Graf – Un cortigiana fra mille: Veronica Franco – si assiste alla difesa della sincerità della cortigiana veneziana sulla sua vita e, allo stesso tempo, alla condanna degli artifici escogitati da Tullia d’Aragona al fine di nascondere il più possibile la natura di alcuni commerci da lei intrattenuti. Scrive, infatti, Arturo Graf:

Per quel tanto che noi sappiamo della sua vita: per quel tanto che dell’indole sua ci rivelan gli scritti, ella doveva essere donna di un pensar risoluto, di un sentir vivo, di un procedere franco, e di parole e di modi, per quanto la professione glielo consentiva, semplici e schietti: una natura gioconda, impulsiva, spontaneamente affettuosa. Per tutti questi rispetti io non mi perito di porla molto sopra a quella leziosa, a quella svenevole di Tullia d’Aragona, che essendo cortigiana, dava aria di duchessa, di musa, di ninfa, tutta contegno, e tutta schifiltà [6].

Come rileva Riccardo Scrivano, nonostante Graf nel suo saggio si soffermi ancora molto più sulla cortigiana che non sulla poetessa, egli ha il merito di mettere in luce una caratteristica che sarà la chiave di volta nella successiva scoperta del valore artistico della scrittura di Veronica Franco, ossia quella sincerità, accompagnata da una schiettezza nell’espressione dei propri sentimenti, tanto apprezzata da Croce nel secolo successivo[7].

Tuttavia, rispetto al riconoscimento della virtuosità morale di Veronica Franco consistente nell’ammissione e addirittura nell’elogio della propria condizione di cortigiana, Luigi Russo, contemporaneo di Croce, prende le distanze dalle posizioni di Graf e del critico abruzzese.

Russo, infatti, come Graf constata che: «Veronica Franco è una cortigiana dichiarata, ed essa stessa nella sua poesia non cerca nemmeno di dissimulare tale suo stato, come pur fa invece la famigerata Tullia d’Aragona[8]» lasciando però trasparire dal tono usato come tale affermazione – a differenza di quanto avviene per Graf e Croce – suoni più come un monito alla cortigiana che non ricorre neppure alla dissimulazione per occultare la sua  immorale condizione piuttosto che come un riconoscimento di virtù nella sincerità.

Del resto, poco più avanti, il critico formulerà nei confronti della poetessa-cortigiana un giudizio volto al ridimensionamento della scrittura di Veronica Franco a semplice «fenomeno sociale[9]». Russo, in particolare si scaglia contro il Salza che aveva osato accostare il nome di Veronica Franco a quello di Gaspara Stampa i cui versi reputa nettamente superiori rispetto a quelli della cortigiana veneziana, tanto da farlo protestare per tale vicinanza «sconveniente[10]» poiché: «la Gasparina è veramente poetessa, mentre la Veronica Franco si serve dei suoi capitoli soltanto per un lustro, si direbbe, quasi giornalistico, o per uno snob di società[11]».

In ogni caso, per non dimenticare come in linea generale anche il Graf nel suo saggio abbia lanciato solo un timido segnale di rivalutazione di Veronica Franco e l’abbia considerata ancora e soprattutto nelle vesti di cortigiana – seppur non con l’asprezza di Russo – si può citare l’ironia del critico nei confronti della presunta leziosità delle cortigiane oneste tutte, e in particolare di quella di Veronica Franco che invitava gli spasimanti a coltivare gli studi per appagare lo spirito e non solo i sensi[12].

Graf, infatti, inizia definendo la lettera XVII da cui è tratto il passaggio citato come: «il più curioso documento che immaginar si possa del gran concetto in che ella ha lo studio e la coltura[13]»,  per poi esclamare: «Strane meretrici davvero, e non meno strani spasimanti, che dovevano fare un apposito corso di studi e dar con profitto gli esami prima di poter entrar loro in grazia! Le Diotime e le Aspasie del tempo antico non credo chiedessero tanto[14]».

Russo cita lo stesso passaggio dalla lettera XVII allineandosi al tono derisorio di Graf, quasi ricalcandone le parole: «Ahimé! Queste cortigiane oneste tenevano cattedra vera e propria di letteratura, e si appagavano molto delle conversazioni con gli eruditi e con gli accademici, e mandavano i loro amanti a fare un corso scientifico di humanae litterae![15]».

In conclusione, senza voler passare in rassegna tutti gli studi critici su Veronica Franco che si sono concentrati sulla peior pars[16] della vita dell’autrice[17], si può dire che Croce sia stato il primo a riscattarla dalla marginalità cui era stata condannata e ad aprire le porte a nuovi orizzonti critici che guardassero alla cortigiana veneta non più solo come a un elemento di interesse per la storia del costume, ma anche e soprattutto come a un significativo tassello nel mosaico della vasta produzione letteraria cinquecentesca.

Dopo di lui, come già accennato sopra e come rileva Favretti, sarà Scrivano negli anni Sessanta a «privilegiare la scrittrice in Veronica Franco[18]» esplorando e riconsiderando tutta l’opera dell’autrice, dalle  Rime ai sonetti, passando per le Lettere[19]. Più recentemente, negli ultimi trent’anni, la poesia e la prosa della cortigiana-poetessa hanno suscitato l’interesse di critici stranieri, perlopiù in area anglo-americana e nell’ambito di una rilettura in chiave femminista[20], come del resto anche per altre autrici italiane del Cinquecento[21].

In ogni caso, anche in  ambito nostrano l’interesse per la Veronica Franco scrittrice,  non più solo cortigiana, si è fatto più vivo dagli anni Ottanta e in particolare dal decennio successivo, grazie alle ricerche, in particolare,  di Maria Luisa Doglio, Stefano Bianchi, Adriana Chemello e Tatiana Crivelli[22]. Inoltre anche la vivificazione degli studi biografici risale a quegli anni, soprattutto per i contributi di Alessandra Schiavon e Marisa Milani[23].

2. La cortigiana onesta nella Venezia del Cinquecento

Dopo questo breve excursus sulla fortuna critica di Veronica Franco si intende procedere a una breve analisi della condizione della cortigiana nel milieu in cui la moderna etera operò. Tale riflessione vorrebbe, infatti, porsi come introduzione alla problematica della fatica della donna per affermarsi nel mondo delle lettere e delle strategie cui deve ricorrere per veder legittimata la propria ambizione.

In questa prospettiva si vedrà come lo stato di cortigiana  e quello di donna di lettere siano intimamente collegati, tanto da coincidere e rendere difficile se non impossibile e inutile voler parlare della Veronica Franco scrittrice censurandone la natura di cortigiana. Su questo Gabriele Niccoli è senz’altro il critico che maggiormente ha inteso e meglio esplicato la necessità di non disgiungere la letterata dalla cortigiana e viceversa, sostenendo come sia importante insistere sulla biografia guardando all’opera letteraria:

I critici, dall’Ottocento fino al Croce ed oltre, hanno insistito sul rilievo della componente biografica nell’opera della scrittrice cinquecentesca. Sarebbe forse necessario insistervi di più; meglio vedervi le modalità storiche secondo cui tale componente si trasforma in materia d’arte. La letterata veneziana propone se stessa come protagonista assoluta della propria poesia e delle sue prose, elabora episodi scelti da una prospettiva singolarmente realistica della propria vita di cortigiana onesta nel mondo veneziano del secondo Cinquecento. Da questa presa di posizione risulta prima di tutto, ed anzi come motivo informatore generale, il tentativo di un tipo di emancipazione femminile.[24]

Tornando, quindi, al primo stadio di questo percorso, ci ritroviamo a parlare della cortigiana e della capillare diffusione della prostituzione in Italia nel Cinquecento, tanto da creare il «mito della cortigiana italiana del Rinascimento[25]». Come rileva Graf poggiandosi sulla testimonianza di Sperone Speroni[26], il radicale mutamento di percezione nella società rinascimentale di tale figura sociale – che va nella direzione di un netto miglioramento – è riscontrabile già dal cambiamento stesso di denominazione: non più meretrici ma cortigiane. Scrive, infatti, il critico: «Il Rinascimento fiorito chiama dunque con nome onorifico la donna che l’età precedente chiamava con nome d’infamia; […] Ma qui non si tratta di un semplice mutamento di nome, come potrebbe a prima giunta sembrare, e come, a torto, lo Speroni vorrebbe lasciar credere. Sotto il nome mutato c’è la cosa anch’essa mutata; e se la cortigiana rimaneva pur sempre una peccatrice, non era più la peccatrice di prima[27]».

Al «mutamento di nome[28]» corrisponde dunque «la cosa anch’essa mutata[29]», e questo mutamento a livello sociale può certamente trovare esplicazione nella diffusione del Cortegiano di Castiglione, dove la donna di palazzo, al pari del suo compagno, è: «persona ornata d’ogni pregio e virtù, persona compita, della cui conversazione nessuno s’ha a vergognare, come essa non s’ha a vergognare della sua qualità[30]».

Jacob Burckhardt, nel suo celebre saggio La civiltà del Rinascimento in Italia, addirittura accosta la moderna figura della cortigiana a quella antica delle etère, decantandone la finezza della conversazione e dell’istruzione di quelle tra loro più note[31]. Sulla stessa lunghezza d’onda, Russo sostiene di voler nobilitare le cortigiane comparandole alle «etere o alle Aspasie che furono nell’antica Grecia[32]», preceduto in tale intento da Graf[33]. Di parere diverso è invece Croce, il quale non concorda su questo punto con Burckhardt e suggerisce come sia più appropriato collocare la cortigiana nel suo tempo, e quindi nel culto dell’individualità rinascimentale e del conseguente «risorto sentimento valore della vita terrena[34]», di cui il critico svizzero parla diffusamente nel suo saggio[35].

In ogni caso, che le si voglia considerare creature mitiche o terrene, il potere sociale di cui godettero queste donne è un fenomeno largamente documentato dalle testimonianze dei contemporanei, in primis i viaggiatori stranieri e in generale i forestieri di passaggio, affascinati dalla liberalità della città lagunare in materia di tolleranza. A questo proposito, nel suo Journal de voyage en Italie (1580) Montaigne, nella sua tappa a Venezia, rileva la presenza di centocinquanta cortigiane e il lusso del loro tenore di vita:

Il n’y trouva pas cette fameuse beauté qu’on attribue aus Dames de Venise ; et si vit les plus nobles de celles qui en font traficque ; mais cela luy sembla autant admirable que nulle autre chose d’en voir  un tel nombre, comme de cent cinquante ou environ, faisant une despense en meubles et vestemens de princesses ; n’ayant autre fonds à se maintenir que de cette traficque; et plusieurs de la noblesse de là mesme, avoir des courtisanes à leurs despens, au veu et sceu d’un chacun.[36]

Certamente qui lo scrittore francese, quando parla di «meubles et vestemens de princesses», si riferisce allo sfarzo ostentato «cortigiane », ossia coloro che, rispetto alle colleghe meno fortunate perché in relazione con uomini di bassa condizione sociale, godevano di maggiori privilegi e prestigio, in virtù dei loro contatti con i notabili della città.

In questa categoria rientrava la stessa Veronica Franco, la quale, da sempre a contatto con le alte sfere del potere, fin dal principio della sua carriera di cortigiana si era impegnata per entrare nelle grazie di nobili, politici e letterati. Riguardo a questi ultimi, si può dire che essi erano principalmente oggetto delle mire di Veronica Franco – così come di altre cortigiane oneste – innanzitutto per ragioni di natura pratica: come osserva Graf, in una società in cui « tutti eran colti, e in cui l’ingegno e la coltura erano tenuti sommamente in pregio, anche le cortigiane, se volevano aver seguito, bisognava si ponessero in grado di soddisfare al gusto comune [… ][37] »; in secondo luogo perché esse stesse erano “figlie del Rinascimento” e dunque amanti delle arti e delle belle lettere, cui si dedicavano talvolta con esiti felici, come nel caso di Tullia d’Aragona, Gaspara Stampa e ovviamente Veronica Franco.

Un indizio dell’interesse a coltivare tali relazioni si può cogliere, del resto, nella sua frequentazione del circolo dell’intellettuale, nonché suo protettore, Domenico Venier, e dall’omaggio che la Franco rende a Montaigne nel corso della sua sosta a Venezia e di cui troviamo riscontro nel diario di viaggio tenuto dall’autore transalpino: «Le Lundi à souper, la Signora Veronica Franco, gentifemme Venitienne, envoya vers luy pour lui presenter un petit livre de Lettres qu’elle a composé. Il [Montaigne] fit donner deux escus audict home[38]» dove Veronica Franco viene menzionata semplicemente come «gentifemme», a indicare forse la volontà di riconoscerne la fisionomia di letterata piuttosto che quella di cortigiana[39].

Tornando poi al contesto generale di “gloria” delle cortigiane oneste al tempo – reso dalla vastità della portata del fenomeno – si possono citare le testimonianze di Ortensio Lando il quale ne attesta l’innumerabilità[40], e di Giordano Bruno nella critica libertina del Candelaio (1582) che, seguendo la tradizione retorica umanistica del paradosso e rifacendosi ai Paradossi (1544) di Ortensio Lando, procede con un rovesciamento dell’ordinaria prospettiva morale all’elogio paradossale della prostituzione e alla lode delle città in cui tale fenomeno è maggiormente tollerato, se non incoraggiato, ossia Roma, Napoli e Venezia per l’appunto[41].

A proposito di quest’ultima, infatti, il Nolano la antepone alle altre città in materia di liberalità nei costumi: «per magnanimità e liberalità della illustrissima Republica […] le puttane sono esempte da ogni aggravio; e son manco soggette a leggi che gli altri[42]» mettendo in evidenza la condizione privilegiata di cui beneficiano qui le cortigiane a livello economico e fiscale.

Nel testo di Bruno l’elogio paradossale non è semplice esercizio erudito da umanista ma strumento di satira che, dietro l’apparente elogio della corruzione dilagante nell’Italia del tardo Cinquecento, intende condannare non tanto la lascivia dei costumi quanto l’ipocrisia dissimulatrice della società post-tridentina.

Facendo un considerevole balzo nel tempo,  Paul Larivaille nel XX secolo procede anch’egli a una sorta di elogio paradossale della cortigiana – non spinto dall’intento di una critica morale come nel caso di Bruno – ma dall’interesse storico per la maggiore libertà di cui queste donne godettero rispetto alle altre, al punto di dire che: «les courtisanes sont les principales béneficiaires de l’étroite brèche ouverte dans les préjugés antiféminins et du changement de mentalité qui s’amorce au temps de la Renaissance italienne[43]» e a considerarle protagoniste della «timide émancipation de la femme qui se dessine alors[44]».

Tuttavia, lo stesso Larivaille si pronuncia cautamente rispetto all’ipotesi di un Rinascimento del tutto favorevole alla causa femminile[45], prendendo le distanze da Burckhardt che invece lo dipinge nei termini di un’epoca-eldorado per la donna. A detta del filosofo, infatti,  non ci sarebbe stata distinzione tra l’educazione della donna e quella dell’uomo, così come identiche sarebbero state le possibilità di accedere al mondo delle belle lettere e della politica, esemplificando questo nuovo modello muliebre con la figura della virago[46], in cui però solo qualche cortigiana onesta e le donne delle classi sociali più elevate potevano identificarsi. In sintesi, per dirla con Larivaille, anche se nel secolo ci furono : «plus de poétesses que n’en avait connu jusqu’à là l’humanité entière et qu’il faut voir là indice indéniable d’une certaine émancipation de la femme, le tableau est toutefois moins brillant que ne l’affirme Burckhardt[47]».

Del resto, non mancano testimonianze di contemporanei sugli attacchi, spesso feroci, subiti dalle cortigiane oneste perennemente in bilico tra gloria e infamia, e quindi costrette a macchinare i più sottili stratagemmi per mantenersi in equilibrio in una condizione di costante instabilità.

La stessa Veronica Franco fu il bersaglio della maldicenza di Maffio Venier[48], poeta dialettale, che si scagliò contro la cortigiana in un sonetto caudato dal titolo Veronica, ver unica puttana, cui la Franco rispose nel capitolo XVI delle Terze Rime, comunque costantemente livellate sul tono dell’auto-difesa e della tenzone[49]. Per rimanere nell’ambito della scrittura veneta, Lorenzo Venier redasse due poemi satirici: La Zaffetta e La puttana errante, rispettivamente ai danni di Angela Zaffetta ed Elena Ballerina[50].

Più in generale, dalla satira e dal sarcasmo di cui furono oggetto le cortigiane in La cortigiana di Pietro Aretino, e in particolare nei suoi Ragionamenti[51] – in cui l’autore traccia uno spietato ritratto della pochezza spirituale e della disonestà delle cortigiane, specie di quelle «oneste» – così come, tra gli altri, Andrea Alciato, Fausto Andrelini, Ludovico Bigi, Teofilo Folengo e Sperone Speroni che furono aspri detrattori delle cortigiane[52], emerge ancora una volta un quadro non del tutto roseo come superficialmente potrebbe apparire.

Le cortigiane, poi, oltre a subire attacchi letterari, erano anche spesso pagate con la stessa moneta dai loro amanti-in particolare quelli risentiti per un imbroglio – ovvero con brutti tiri giocati alla loro persona, che spesso degeneravano in  brutali umiliazioni fisiche, talvolta anche pubbliche[53].

Senza volersi attardare sulle miserie della loro condizione, già ampliamente documentate[54],  si potrà citare la testimonianza diretta di Veronica Franco, la quale, nella famigerata lettera XXII ad una madre che si era rivolta a lei affinché la aiutasse ad avviare la figlia alla carriera di cortigiana, così descrive i fattori degradanti del suo mestiere: «Darsi in preda di tanti, con rischio di essere dispogliata, d’esser rubbata, d’esser uccisa […] infermità contagiose e spaventose; mangiar con l’altrui bocca, dormir con gli occhi altrui, muoversi secondo l’altrui desiderio [… ] ma poi se s’aggiungeranno ai rispetti del mondo quei dell’anima, che perdizione e che certezza di dannazione è questa?[55]» riassumibili in un’unica parola: servitù, come ella stessa scrive[56].

Ancora una volta, Larivaille procede con prudenza sulla fortuna delle cortigiane osservando come «pour une courtisane à qui la fortune sourit, il en est des milliers qui végètent un temps, en butte aux brimades et aux tromperies de clients plus rusés et cyniques qu’elles[57]». Conclude, poi, proprio con l’esempio di V. Franco : «Veronica Franco elle-même, la plus grande et la plus célèbre des courtisanes vénitiennes de la Renaissance, doit provoquer en duel l’auteur de poèmes injurieux à son égard pour sauver sa réputation […] et doit faire face de son mieux à une dénonciation auprès du tribunal du Saint-Office[58]».

3. Da donna di piacere a donna di lettere

 

Il punto di partenza: la cortigiana onesta

La vita della cortigiana sembra quindi essere contraddistinta da una straziante e continua esposizione alla tempesta di mille rischi e tormenti, in cui soltanto poche riescono a barcamenarsi. Tuttavia, le poche che riuscivano nell’impresa potevano contare su una visibilità  sociale invidiabile, apportatrice di legami e occasioni utili al raggiungimento di quella stabilità tanto agognata e più difficilmente conquistata dalle compagne meno ingegnose e «virtuose».

Quest’ultima parola risulta essere la caratteristica essenziale della cortigiana onesta che abbia delle ambizioni, come nel caso di Veronica Franco. Nell’ambito del quadro generale assai desolante delineato dalla Franco nella lettera XXII, la donna non tralascia infatti di avvertire che riuscirà nella «profession delle cortigiane» soltanto chi «abbia maniera e giudizio e conoscenza di molte virtù[59]», come è stato nel suo caso, per l’appunto.

Da ciò si evince come sia essenziale ostentare e pubblicizzare tali virtù per fare il grande salto[60] come afferma Niccoli: «in her Rime, our courtesan-poet conducts a discourse of self-promotion and self-fashioning[61]». A tale proposito, l’autrice adotterà come prima strategia quella della scelta di un genere particolarmente adatto al suo disegno di emancipazione sociale: l’epistola in versi. Il recupero del capitolo in terza rima – radicato nella poesia cortigiana di fine ‘400 e in quella giovanile dell’Ariosto[62] – le permette, infatti, di sfruttarne la discorsività al fine di lasciar spazio alla voce e al pensiero femminili di emergere in quella che Croce definì una raccolta di lettere in versi[63].

Posto che il nostro obiettivo è quello di delineare l’evoluzione di tale presa di parola femminile da scrittura ancora intima e personale nelle Terze Rime a pubblica rivendicazione nelle Lettere, si tratterà qui di selezionare i passaggi più significativi del percorso di maturazione della voce di Veronica Franco da virtuosa cortigiana onesta nei primi capitoli, passando per quelli dove nell’ambito di una guerra di parole con detrattori e uomini brutali mira a rivendicare più apertamente le virtù morali e intellettuali delle donne, pervenendo infine allo stadio di serena presentazione di sé, nell’epistolario, come donna di lettere ormai affermata e rispettata. 

In quest’ottica esemplare della prima fase di tale viaggio verso il riscatto sociale della cortigiana, appare il capitolo II delle Rime, scritto in risposta alla languida dichiarazione d’amore del suo amante favorito, ossia Marco Venier. Al «petrarchismo stucchevole», come definito da Bianchi, che caratterizza il capitolo I di Venier, V. Franco oppone la concretezza di un amore terreno così come la richiesta di prove d’amore e non solo a parole, lusinghe di cui si dice «avvezza [e] delusa». Scrive dunque al suo amante:

Certe proprietari in me nascose

vi scoprirò d’infinita dolcezza,

che prosa o verso altrui mai non espose,

con questo, che mi diate la certezza

del vostro amor con altro che con lodi,

ch’esser da tai delusa io sono avvezza:

più mi giovi con fatti, e men mi lodi.[64]

Ben consapevole del suo ruolo di cortigiana che non rinnega, anzi esalta ammantandolo di un alone di sincerità e nobiltà, puntualizza come per «fatti» non intenda regali preziosi bensì la pratica di una virtù, intesa come esercizio delle lettere. Ecco dunque, che in un duplice movimento argomentativo, la cortigiana cerca insieme la distinzione dalla massa delle colleghe più venali e l’approvazione di un uomo «gentile e virtuoso» dimostrandogli parità al fine che egli la consideri meritevole di esser guardata non solo come discepola di Venere, ma anche di Febo. Scrive quindi a Venier:

Di mia profession non è tal atto;

ma ben fuor di parole, io’l dico chiaro,

voglio veder il vostro amor in fatto.

Voi ben sapete quel che m’è più caro:

seguite in ciò com’io v’ho detto ancora,

ché mi sarete amante unico e raro.

De le virtuti il mio cor s’innamora,

e voi, che possedete di lor tanto,

ché con tal mezzo vi vegga bramoso

d’acquistar meco d’amador il vanto:

siate in ciò diligente e studioso,

e per gradirmi ne la mia richiesta

non sia il gentil vostro ozio unqua ozioso.[65]

In un calibrato gioco di alternanza fra dovere e piacere, dopo aver lanciato l’appello allo studio V. Franco alleggerisce il tono di saggia dispensatrice di consigli non  perdendo di vista la sua fisionomia di amante e tornando, quindi, a promettere «le delizie d’amor» per poi tornare nel finale a reclamare la virtuosità dell’amato:

dolcemente congiunta al vostro fianco,

le delizie d’amor farò gustarvi [… ]

Così dolce e gustevole divento

Quando mi trovo con persona in letto,

da cui amata e gradita mi sento,

che quel mio piacer vince ogni diletto […]

Fate che sian da me di lei vedute

Quell’opre ch’io desio, ché poi saranno

le mie dolcezze a pien da voi godute.[66]

Se nel capitolo II Veronica Franco si presenta come cortigiana-poetessa, desiderosa della stima dei letterati cui promette di appagare sensi e spirito, già nel capitolo I del Venier si può cogliere una testimonianza di quanto i suoi sforzi per promuovere tanto la cortigiana, quanto la letterata non sono vani:

La penna e ‘l foglio in man prendete intanto,

e scrivete soavi e grate rime,

ch’ai poeti maggior tolgono il vanto[…]

A Febo è degno che si sodisfaccia

Dal vostro ingegno, ma da la beltate

A Venere non meno si compiaccia.[67]

 

La tappa intermedia: la  rivendicazione della virago

Tuttavia, in virtù degli attacchi frequenti da parte di letterati alle cortigiane cui più sopra si è accennato, Veronica Franco mostra anche l’altro aspetto della sua personalità: quello combattivo di un’autentica virago al fine di mettere in luce l’altra caratteristica – insieme alla saggezza – che le permetterà di guadagnarsi il rispetto degli uomini. Nella società rinascimentale, infatti, non c’è ancora spazio per la valorizzazione della differenza femminile. Le donne, in una sorta di degré zéro del cammino verso l’emancipazione, per essere considerate alla pari dei loro compagni devono annullare la propria femminilità e  allinearsi al modello maschile.

Nell’ambito, quindi, di un’ostentazione di virilità dietro cui si cela il disegno di far parlare la femminilità, seppur camuffata, la Franco dà vita a un gruppetto di capitoli polemici – XIII, XVI, XXIII e XXIV – per dimostrare «her familiarity with satiric debate[68]».

I capitoli XVI e XXIV sono, ai nostri fini, quelli più significativi, in quanto in essi alla volontà di dar sfoggio della padronanza di un genere tradizionalmente maschile si aggiunge, dapprima, la difesa personale della Franco della propria dignità di donna, per poi passare ad un discorso di portata universale sulla rivendicazione del valore delle donne tutte, specie nel XXIV.

Nel capitolo XVI Veronica controbatte al violento sonetto caudato di Maffio Venier, in un modo che a Favretti è parso blando[69]. In realtà il non eccedere in ingiurie fa parte di quel progetto tanto a cuore della Franco, ossia dar prova, al contempo, di virilità  e cortesia, dosando sapientemente attacco e riposo, condanna e perdono. Del resto il modello comportamentale di riferimento è quello del Cortegiano di Castiglione[70] e la virago può parlare e agire da uomo, ma non deve dimenticare di essere  una donna.

Per tale ragione, quindi, la parte finale della lettera sarà dedicata alla ricerca della riconciliazione in virtù di quella clemenza femminile tanto acclamata dalla trattatistica del tempo, e di quella saggezza cortigiana che rifugge dai conflitti. In ogni caso, nelle prime due parti del capitolo Veronica Franco mira a demolire l’ethos avversario dapprima ricorrendo alla dialettica della virago, per poi passare a ridicolizzare la tesi del nemico, che da ingiuria viene rovesciata in lode.

Nel primo movimento del suo discorso, dunque, dopo un breve preambolo sulla viltà del detrattore che ha colpito una donna inerme[71] , segue il risveglio della guerriera pronta a competere col maldicente:

Quasi da pigro sonno or poi svegliata,

dal cansato periglio animo presi,

benché femina a molli opere nata;

e in man col ferro a essercitarmi appresi,

tanto ch’aver le donne agil natura,

non men che l’uomo in armeggiando intesi[72]

Un breve intermezzo sull’addestramento bellico della virago, che poi vediamo farsi carico della responsabilità di una difesa non più solo della propria persona, bensì della collettività delle donne, cominciando a parlare al plurale:

Quando armate ed esperte ancor siam noi,

render buon conto a ciascun uomo potemo […]

Di ciò non se ne son le donne accorte;

che se si risolvessero di farlo,

con voi pugnar porian fino alla morte.

E per farvi vedere che l’ vero parlo,

tra tante donne incominciar voglio io,

porgendo esempio a lor di seguitarlo. […]

E le donne  difender tutte tolgo,

contra di voi, che di lor sete schivo,

sì ch’a ragion io sola non mi dolgo.[73]

Come già hanno rilevato Jones e Rigolot, le donne nelle loro rivendicazioni di libertà tendono a cercare l’appoggio e la solidarietà delle proprie compagne, alimentando uno spirito di sorellanza[74] che aleggia nelle loro parole, pronunciate da una donna che parla in nome di tutte.

Al grido di battaglia fa seguito l’ammonizione della Franco al misogino privo di gentilezza, incapace di cogliere la bellezza e la dolcezza femminili, motivo scatenante della furia della virago, che sfida Maffio in un duello, al fine di dimostrargli come «al vostro prevaglia il sesso femminil» e concedendogli il vantaggio della scelta anche dell’arma linguistica con cui affrontare il confronto- il veneziano, il toscano, il selvaghesco[75]– dando a intendere di esser padrona di tutte.

Questa prima parte si chiude sull’allusione alla verosimile caduta del nemico, sotto i colpi di una guerriera così abilmente addestrata al dibattito, in modo da intimidirlo.

Su quest’immagine si apre e si innesta il secondo movimento con il rimprovero a Maffio di non aver usato in modo corretto l’aggettivo «unico», usato nel titolo del suo sonetto oltraggioso. La «», così come definita da Favretti[76], serve a intaccare la reputazione del nemico che non riesce neppure nel suo intento di biasimare la cortigiana. Quest’ultima si lancia poi, stavolta, nella difesa della categoria più ristretta delle cortigiane, per poi chiudere su una rinnovata sfida a duello.

Infine, in virtù della saggezza cortigiana cui si faceva riferimento sopra, Veronica tende la mano all’avversario:

Ma perché alquanto manco dubitiate,

son contenta di far con voi la pace,

pur ch’una volta meco vi proviate:

fate voi quel che più vi giova e piace.

La maturazione del discorso rivendicativo della Franco nel capitolo XXIV, emerge dal tono più amichevole e familiare che si sostituisce a quello aggressivo della virago, che aveva caratterizzato la replica a Maffio Venier. Qui, infatti, Veronica rende omaggio alla tradizione umanistica presentandosi devota al nobile sentimento dell’amicizia e comportandosi da amica, ossia dispensando conforto e consiglio all’amico caduto nell’errore, nonché aumentando il numero di saggi aforismi. Organizzato anch’esso in due movimenti, nel proemio la Franco informa delle circostanze in cui è venuta a conoscenza del fatto che l’amico conosciuto come «onesto [e] diviso dai fecciosi costumi del vil volgo[77]» abbia minacciato di sfregiare il viso di una donna.

Nelle vesti di amica, la cortigiana offre la propria solidarietà all’uomo, riconoscendo come spesso la ragione non riesca a controllare l’ira che conduce a compiere «quel ch’è vergognoso ed inonesto». A questa dimostrazione di comprensività segue un invito a meditare sull’inopportunità dell’ingiuria alle donne, abbordando quindi una riflessione che a partire da un singolo e privato aneddoto, si prefigge di riflettere sulla condizione delle donne in generale e di procedere a un’universale apologia del sesso femminile, che ha corso in tutta la prima sezione del capitolo. Scrive quindi all’amico:

Povero sesso, con fortuna ria

Sempre prodotto, perch’ognor soggetto

E senza libertà sempre si stia!

Né però di noi fu certo il diffetto,

che se ben come l’uom non sem forzute,

come l’uom mente avemo ed intelletto.

Né in forza corporal sta la virtute,

ma nel vigor de l’alma e de l’ingegno,

da cui tutte le cose son sapute;

e certa son che in ciò loco men degno

non han le donne, ma d’esser maggiori

degli uomini dato hanno più d’un segno.

Ma se di voi si reputiam minori,

fors’è perché in modestia ed in sapere

di voi siamo più facili e migliori[78]

Alla rivendicazione della parità intellettuale con l’uomo fa seguito una lunga argomentazione sulla saggezza e sulla modestia della natura femminile apprezzata dagli uomini gentili, i quali rifulgono dall’offendere le donne, riconoscendo i loro meriti:

Da questo argomentando si discorre

Quanto l’offesa fatta al nostro sesso

La civiltà de l’uom gentile aborre[79].

«L’uom gentil» viene quindi invitato, nella seconda parte, a ravvedersi e a riconciliarsi con le donne tutte prospettandogli il gratificante scenario della pace interiore:

Cessin l’offese omai, cessin gli sdegni

E tanto più che d’uom nato gentile

Questi non sono portamenti degni;

ma è profession d’uom basso e vile

pugnar con chi non ha diffesa o schermo

se non di ciance e d’ingegno sottile […]

ritorna ancor l’amata al doppio cara

nel rifar de la pace; e per turbarsi,

più d’ogni parte l’alma si rischiara.

Così nel ben vien a moltiplicarsi,

e così certa son che voi farete[…]

l’error di voi non degno emenderete.[80]

Perfettamente calata nel ruolo di consigliera mondana, V. Franco ingentilisce un discorso che potrebbe prendere i toni della severità, cercando di non insistere sulla reprensibilità della condotta dell’amico; piuttosto apre alla possibilità di recuperare all’errore commesso, di redimersi. In questo modo, del resto, la cortigiana porta a termine qui la prima parte di un lavoro destinato a continuare nelle Lettere, ossia quello di costruire l’immagine di un ethos benevolo e magnanimo, in una prospettiva in cui le virtù intellettuali non devono dissociarsi da quelle morali[81].

 

Il punto di arrivo: il genere epistolare al servizio della donna di lettere

Veronica Franco, in  linea con le tendenze editoriali del mercato librario veneziano del tempo[82], si immerge dunque nella scrittura di lettere familiari, dove porta all’apice il discorso auto- rappresentativo di donna virtuosa e letterata, iniziato nelle Rime. Qui, infatti, a parte qualche rimando alla sua attività di cortigiana, Veronica si presenta nei panni della donna di lettere ormai affermata e ricercata nel suo ambiente, che disquisisce di una varietas di argomenti con i più «gentili spiriti» di Venezia.

Il leitmotiv della raccolta è quello di una saggezza morale che emerge nelle lettere in cui dispensa consigli ad amici caduti in disgrazia per rincuorarli così come in quelle dove ammonisce, specie la celeberrima epistola XXII[83]. Tuttavia, ancora più marcatamente e consapevolmente che nelle Rime, l’epistolario mira a donare l’immagine di una donna virtuosa moralmente e soprattutto intellettualmente.

Non mancano quindi le lettere dove chiede o ringrazia per un consiglio ricevuto in merito alla sua attività di scrittrice, così come quelle in cui discute di arte e letteratura, ad esempio la nota epistola XXI al Tintoretto, in cui nell’ambito della questione degli antichi e dei moderni, si schiera a favore dei secondi.

Infine, nelle lettere XIX, XXXII, XXXIX e XLV. Franco si pone come organizzatrice di una raccolta lirica in omaggio alla memoria del defunto Estor Martinengo, commissionatagli dal fratello maggiore di questi, Francesco. Proprio nel voler lasciar traccia di questo impegno possiamo cogliere la volontà dell’autrice di celebrare la propria realizzazione sociale. Per riuscire nell’intento Veronica si mette in moto per sollecitare i suoi contatti migliori, provenienti in larga parte dall’ambiente culturale veneziano che gravita attorno alla figura di Domenico Venier.

A questo proposito si noterà, infatti, come gli autori di tali componimenti siano persone appartenenti al milieu delle accademie e ai quali Veronica scrive per richiederne la collaborazione ricorrendo alla strategia dell’adulazione. Scrive, infatti, nella lettera XXXII: «Questa è la somma breve dell’informazione, la qual io mando perché Vostra Signoria scriva e faccia scrivere da quei suoi academici secondo che le piacerà, affermandole che le sue composizioni tra tutte l’altre mi saranno carissime, sì come sono certa che di bellezza e di dottrina saranno notabili tra tutte l’altre[84]».

Da letterata, quindi, Veronica non dismette i toni della ruffianeria che usava da cortigiana coi suoi amanti. L’ammiccare alle virtù del destinatario fa parte, infatti, di un protocollo osservato scrupolosamente dall’autrice che vuole e deve, anche in questo caso, sedurre. Esemplare, a questo proposito, la lettera XL in cui la Franco si dichiara «inamorata» della virtù dell’interlocutore, resa con l’immagine del chiarore: «chiarissimo splendore […] raggio di così chiara luce» che la mittente si compiace di ammirare in «beata contemplazione».

Meno enfatica, invece, la lettera XXXIX, dove l’autrice comunque elogia gli studi dell’amico allettandolo con la prospettiva di prender parte ad una «impresa [cui parteciperanno molti altri]  valorosi compagni[85]», nonché Veronica stessa.

Il riferimento alla «valorosa e virtuosa gentilezza»[86] si ritrova anche nella lettera L, così come nella lettera XLIX e nelle ultime in generale si incontrano anche le lodi dei destinatari attribuite al libro della Franco. Quest’ultima, pur se coinvolta in uno scambio intellettuale ormai paritario, non tralascia di dimostrare una virtuosa modestia, chiedendo a più riprese ai suoi amici di voler rileggere i propri scritti al fine di emendarli da eventuali errori.

 

Conclusioni

 In conclusione sembra inevitabile constatare come questa singola figura poliedrica sia  particolarmente rappresentativa dell’insieme delle diverse  sfumature della società veneziana del tardo Cinquecento, nella complessità delle sue contraddizioni.

Cortigiana, poetessa e autrice di un libro di lettere, Veronica Franco risulta essere un interessante oggetto di ricerche per gli studiosi del tardo Rinascimento, sia da un punto di vista sociologico che letterario, nella misura in cui vita e opera sono in lei inscindibili. Partendo dall’ottica letteraria possiamo, infatti, inquadrare il caso della Franco – nell’ambito dei gender studies – quale esemplare di quelle istanze ugualitarie in direzione proto-femminista che hanno caratterizzato il secolo, così come si può riflettere sugli elementi di contatto e distanza dal modello petrarchesco nella sua poetica; proseguendo con quella storico-sociologica possiamo soffermarci sulla «corruttela» della Venezia di quegli anni di cui la Franco è un’importante testimone, oppure sulla figura divenuta mitica della cortigiana onesta, da molti considerata foriera di venti di emancipazione per la donna della società umanistica; infine dalla prospettiva degli studi sulla storia della lingua si può osservare in che modo l’autrice partecipa al dibattito della Questione della lingua – specie per quanto concerne le Lettere – che animava gli studiosi dell’epoca.

Tornando alla prospettiva degli studi sulla scrittura di genere, in cui questo contributo intende inserirsi, possiamo concludere che sebbene possa essere ardito voler cogliere nelle parole di Veronica Franco l’intento di un rivoluzionario capovolgimento dei ruoli, vi si possono intravedere, tuttavia, frammenti di un discorso femminista ante-litteram. Pur se in un contesto culturale in cui i trattatisti insistono sul valore del silenzio e della modestia nel modello comportamentale femminile[87], V. Franco riesca a farsi portavoce di una massa di donne mute per cui funge da exemplum.

Grazie al ricco bagaglio di astuzie e strategie retoriche che la cortigiana mette a disposizione della letterata, l’autrice riesce dunque a legittimare la rottura del silenzio femminile indossando la maschera linguistica di una cortese «civile conversazione».

Inoltre, più specificamente per quanto riguarda la sua raccolta epistolare, la scrittura di Veronica Franco appare esemplare anche per un altro aspetto, finora poco esplorato: la sperimentazione degli autori moderni in rapporto al modello autorevole dei «famosi autori».

Se nella lettera XXI, infatti, Veronica difende la credibilità degli artisti moderni, allo stesso modo vuole dimostrare quella degli autori di libri di lettere d’autore[88]. Influenzata dal nuovo modello del Segretario del Sansovino, la Franco si pone dunque come moderna autrice di epistole familiari volte alla dimostrazione dell’ «esemplarità tutta retorico-linguistica della lettera[89]» che deve offrire un modello di scrittura corretta in quella lingua italiana volgare cinquecentesca, ancora in divenire e oggetto di vive discussioni.

 

Valentina Manca è dottoranda di ricerca in Lingue, Letterature e Culture Straniere presso l’Università Roma Tre.  Prepara una tesi intitolata: La retorica della rivendicazione femminile negli epistolari del Cinquecento tra Francia e Italia: gli exempla di Hélisenne de Crenne e di Veronica Franco. Fra i suoi articoli pubblicati:  Dalle lettere familiari alle lettere invettive: Hélisenne de Crenne e la retorica della rivendicazione femminile, in «Il Confronto Letterario», n. 63, giugno 2015, pp. 27-48. Comunicazioni : Giornata di studi, Parures et corps ornés dans l’Europe de la première modernité (Université de Reims Champagne-Ardenne, 25 Settembre 2015), titolo : La somptuosité de l’ornement féminin comme marque d’honnêteté chez Hélisenne de Crenne ; Convegno internazionale, Rabelais et sa postérité, (Université d’Avignon, 7-8 Giugno 2016), titolo : Rabelais et sa postérité au XVIe siècle : le cas de Marguerite de Navarre. Poster : Convegno internazionale, À la recherche de la norme. Arts et lettres dans l’Italie de la Renaissance (Université di Liège, 1-2 Ottobre 2015), titolo : Le Lettere Familiari di Veronica Franco: la norma della scrittura epistolare al femminile

 

[1] Cfr. Stefano BIANCHI, La scrittura poetica femminile nel Cinquecento veneto: Gaspara Stampa e Veronica Franco, Roma, Vecchiarelli Editore, 2013, pp. 90-91. Per quanto riguarda, invece, il “primato”di Veronica Franco nell’ambito della produzione epistolare femminile cinquecentesca, si veda Adriana CHEMELLO, «Il codice epistolare femminile. Lettere, “libri di lettere” e letterate nel Cinquecento», in Gabriella ZARRI (a cura di), Per lettera: la scrittura epistolare femminile tra archivio e tipografia sec. XV- XVIII, Viella, Roma, 1999, pp. 38-42.

[2] Cfr. Stefano BIANCHI, op. cit., p.  91.

[3] Benedetto CROCE, «Studi sulla letteratura critica», in  Quaderni della Critica, XIV, luglio 1949, p. 46.

[4] Ivi, p. 47.

[5] Cfr. Stefano BIANCHI, op. cit., pp. 10-11.

[6] Arturo GRAF, Attraverso il Cinquecento. Petrarchismo ed antipetrarchismo.  Un processo a Pietro Aretino. I pedanti. Una cortigiana fra mille: Veronica Franco. Un buffone di Leone X, Torino, Loescher, 1916 (Ristampa 1888), p. 348.

[7] Cfr. Riccardo SCRIVANO, «La poetessa Veronica Franco», in Riccardo SCRIVANO (a cura di), Cultura e letteratura nel Cinquecento, Roma, Edizioni dell’Ateneo, 1966, pp. 198-199. Si veda inoltre Elvira FAVRETTI, «Rime e lettere di Veronica Franco», in Giornale Storico della Letteratura Italiana, vol. CLXII, fasc. 523, 1986, p. 358.

[8] Luigi RUSSO, «Veronica Franco e la “corruttela” del ‘500», in Osservatore politico letterario, VI, 1958, p.  39.

[9] Ivi, p. 40.

[10] Ibidem.

[11] Ibidem.

[12] Veronica FRANCO, Lettere familiari a diversi,  a cura di Stefano BIANCHI, Roma, Salerno Editrice, «Minima», 1998 pp. 59-61.

[13] Arturo GRAF, op. cit., p. 300.

[14] Ivi, p. 301.

[15] Luigi RUSSO, op. cit., p.  41.

[16] Ivi, p. 46.

[17] Per una puntuale ricostruzione degli studi critici su Veronica Franco cfr. Riccardo SCRIVANO, op. cit. pp. 197-206; cfr. Elvira FAVRETTI, op. cit., pp.  355-359.

[18] Elvira FAVRETTI, op. cit., p. 358.

[19] V. Riccardo SCRIVANO, op. cit., pp. 197- 222.

[20] V. Ann Rosalind JONES, «City Women and Their Audiences: Louise Labé and Veronica Franco», in Margaret W. FERGUSON, Maureen QUILLIGAN, Nancy J. VICKERS (edited by), Rewriting the Renaissance. The Discourse of Sexual Difference in Early Modern Europe, London-Chicago, The University of Chicago Press, 1986, pp. 299-316; Margaret F. ROSENTHAL, «A Courtesan’s Voice: Epistolary Self-Portraiture in Veronica Franco’s Terze Rime», in Elizabeth C. GOLDSMITH (edited by), Writing the Female Voice. Essays on Epistolary Literature, Boston, Northeastern University Press, 1989, pp. 3-24; M. F. ROSENTHAL, «Veronica Franco’s Terze Rime: the Venetian Courtesan’s Defense», in  Renaissance Quarterly, Vol. 42, N. 2 (Summer, 1989), pp. 227-257;  M. F. ROSENTHAL, The Honest Courtesan : Veronica Franco, Citizen and Writer in Sixteenth-Century Venice, Chicago, University of Chicago Press, 1992; Patricia PHILIPPY, « “Altera Dido”: The model of Ovid’s Heroides in the poems of Gaspara Stampa and Veronica Franco», in Italica, vol. 69, n. I, (spring 1992), pp. 1-18; Gabriele NICCOLI, «Autobiography and Fiction in Veronica Franco’s Epistolary Narrative», in Canadian journal of Italian studies, vol. XVI, n. 47, 1993, pp. 129- 142; G. Niccoli, «Eros and the Art of Self-Promotion in Veronica Franco’s Terze rime», in Annali di Italianistica,  1988, pp. 52-62; Danilo AGUZZI-BARBAGLI, «Dialettica femminista di Veronica Franco», in John T. BREWER (ed.), Proceedings: Pacific Northwest Council on Foreign Languages, Twenty-eight Annual Meeting (April 23-25, 1977), Corvalis, Oregon State University Press, pp. 84-87; Meredith K. RAY,  «The Courtesan’s Voice: Veronica Franco’s Lettere Familiari», in M. RAY(ed.), Writing Gender in Women’s Letter Collections of the Italian Renaissance, Toronto, Toronto Univeristy Press, 2009, pp. 123-155; Paul LARIVAILLE, La vie quotidienne des courtisanes en Italie au temps de la Renaissance (Rome et Venise, XVe et XVIe siècles), Paris, Hachette, 1975; François RIGOLOT, « Montaigne et Veronica Franco : de la courtisane à la femme de lettres », in Montaigne Studies, XV (1/2-2003), pp. 117-130.

[21] Cfr. Stefano BIANCHI, op. cit., p. 9.

[22] V. Stefano BIANCHI, La scrittura poetica femminile, op. cit.; Cesare CATÀ, «Un Rinascimento tra Petrarca e passione. Il Neo-platonismo “corporeo” della poesia di Veronica Franco», in La Parola del testo. Semestrale di filologia e letteratura europea dalle origini al Rinascimento, II, 2009, pp. 359-378; Adriana CHEMELLO, op. cit. pp. 3-42; Tatiana CRIVELLI, «“A un luogo stesso per molte vie vassi”: note sul sistema petrarchista di Veronica Franco», in T. C., Giovanni NICOLI e Mara SANTI, L’una et l’altra chiave: figure e momenti del petrarchismo femminile europeo. Atti del convegno internazionale di Zurigo (4-5 giugno 2004), Roma, Salerno Editrice, 2005, pp. 79-102;  Marcella DILIBERTI LEIGH, Veronica Franco, donna, poetessa e cortigiana del Rinascimento, Priuli & Verlucca, Ivrea 1988; Maria Luisa  DOGLIO, «Scrittura e “offizio di parole” nelle Lettere Familiari di Veronica Franco», in M.L. DOGLIO, Lettera e donna. Scrittura epistolare tra Quattro e Cinquecento, Roma Bulzoni, 1993, pp. 33-48;  Dacia MARAINI, Veronica, meretrice e scrittora, Milano, Bompiani, 1992; Valeria PALUMBO, Veronica Franco, la cortigiana poetessa, Villorba, Edizioni Anordest, 2011; Alvise ZORZI, Cortigiana veneziana, Veronica Franco e i suoi poeti, 1546-1591, Rizzoli, Milano 1993.

[23] Alessandra SCHIAVON, «Per la biografia di Veronica Franco. Nuovi documenti», in Atti dell’Istituto veneto di scienze, lettere ed arti, CXXXVII, 1978-1979, pp. 243-256; Marisa MILANI, «L’“incanto” di Veronica Franco», in  Giornale storico della letteratura italiana, n. 162, 1985, pp. 250-263; M. MILANI, «Da accusati a delatori: Veronica Franco e Francesco Barozzi», in Quaderni veneti, XXIII, 1996, pp. 9-34; Matteo MANCINI, «Tre documenti inediti di Veronica Franco», in La Rassegna della letteratura italiana, XCVIII, n.3, 1994, pp. 123-125; Stefano BIANCHI, «Nota biografica», in Veronica Franco, Rime, Milano, Mursia, 1995, pp. 33-34.

[24] Gabriele NICCOLI, «Strategie retoriche e finzioni auto confessionali nelle lettere familiari di una letterata del Cinquecento», in In forma critica. Realtà sociale, I, (gennaio 2003), p. 1.

[25] Cfr. Paul LARIVAILLE, op. cit., pp. 195-201.

[26] V. Sperone SPERONI, «Discorso contro le cortigiane», in Opere di M. Sperone Speroni degli Alvarotti tratte da’ mss. originali, Venezia, Occhi, 1740, cc. 1r-32r.

[27] Arturo GRAF, op. cit., p. 225.

[28] Ibidem.

[29] Ibidem.

[30] Ibidem.

[31] Cfr. Jacob BURCKHARDT, La civiltà del Rinascimento in Italia, Firenze, Sansoni Editore, 1955, pp. 430-432.

[32] Luigi RUSSO, op. cit., pp. 41-42.

[33] Cfr. Arturo GRAF, op. cit., pp. 276-281.

[34] Benedetto CROCE, op. cit., p. 47.

[35] V. Jacob BURCKHARDT, op. cit., pp. 144-186.

[36] Michel de MONTAIGNE, Journal de voyage en Italie, éd. par F. RIGOLOT, Paris, PUF, 1992, p. 69.

[37] Arturo GRAF, op. cit., p.238.

[38] Michel de MONTAIGNE, op. cit., p. 68.

[39] Cfr. François RIGOLOT, op. cit., pp. 125-126.

[40] Cfr. Ortensio LANDO, Sette libri de cathaloghi à varie cose appartenenti, non solo antiche, ma anche moderne, Vinegia, Gabriel Giolito de’ Ferrari, e fratelli, Vinegia, appresso Gabriel Giolito de Ferrari et fratelli, 1552, p. 23.

[41] Cfr. Paul LARIVAILLE, op. cit. pp. 36-40 e 186-193.

[42] Giordano BRUNO, Candelaio, Torino, Einaudi, 1964 [1582], p. 135.

[43] Paul LARIVAILLE, op. cit., p. 18.

[44] Ibidem.

[45] Ivi, pp. 10-17.

[46] Cfr. Jacob BURCKHARDT, pp. 426-431.

[47] Paul LARIVAILLE, p. 11.

[48] V. Manlio DAZZI, Il libro chiuso di Maffio Venier: la tenzone con Veronica Franco, Venezia, Pozza, 1956; cfr. Alvise ZORZI, op. cit., pp. 91-111.

[49] V. Margareth F. ROSENTHAL, «Veronica Franco’s Terze Rime», op. cit. pp. 227-257.

[50] Cfr. Arturo GRAF, op. cit. p. 255;  Stefano BIANCHI, La scrittura poetica femminile, op. cit., p.11

[51] Cfr. Paul LARIVAILLE, op. cit., pp. 47-64.

[52] Cfr. Arturo GRAF, op. cit., p. 255.

[53] Cfr. Paul LARIVAILLE, op. cit., pp. 126-135.

[54] Ivi, pp.  126-135, 149-168, 176-186 e 197-198.

[55] Veronica FRANCO, Lettere, op. cit, p. 74.

[56] Ibidem.

[57] Paul LARIVAILLE, op. cit., p. 197.

[58] Ivi, p. 198.

[59] Veronica FRANCO, Lettere, op. cit., p. 73.

[60] Cfr.  Gabriele NICCOLI, «Eros and the Art of Self-Promotion», op. cit, pp. 52-62.

[61] Gabriele NICCOLI, «Autobiography», op. cit., p. 130.

[62] Cfr. Stefano BIANCHI, «Introduzione», op. cit., pp. 27-28.

[63] Cfr. Elvira  FAVRETTI, op. cit., p. 361.

[64] Veronica FRANCO, Rime, op. cit., p. 57.

[65] Ivi, pp. 58-59.

[66] Ivi, pp. 60-61.

[67] Ivi, pp. 53 e 55.

[68] Ann Rosalind JONES, «City women and their audiences», op. cit., p. 312.

[69] Elvira FAVRETTI, op. cit., p. 374.

[70] Cfr. BIANCHI, Scrittura poetica femminile, op. cit., p. 108; V. Baldassarre CASTIGLIONE, Il libro del Cortegiano, Torino, Einaudi, 1998, libro III, pp. 255-352.

[71] Veronica FRANCO, Rime, op. cit., p. 106

[72] Ivi, pp. 106-107.

[73] Ivi, pp. 107-108.

[74] V. François RIGOLOT, «La Préface à la Renaissance : un discours sexué ? », in Cahiers de l’Association internationale des études françaises, 1990, N°42. pp. 121-135 ; Ann Rosalind JONES, op. cit., pp. 299-316.

[75] Veronica FRANCO, Rime, op. cit., p. 109.

[76] Cfr. Elvira FAVRETTI, op. cit., p. 374.

[77] Veronica FRANCO, Rime, op. cit., p. 148.

[78] Ibidem p. 148.

[79] Ivi, p. 150.

[80] Ivi, p. 151.

[81] Cfr. Jean LECOINTE, «Vers une rhétorique de la personne», in J.L., L’idéal et la différence. La perception de la personnalité littéraire à la Renaissance, Genève, Droz, 1993, pp. 375-468.

[82] V. Ludovica BRAIDA, «Mercato editoriale e dissenso religioso nella riflessione storiografica. Le raccolte epistolari cinquecentesche», in Società e Storia, XXVI, 2003, pp. 273-292; V. Amedeo QUONDAM, Le ‘Carte Messaggiere’ : retorica e modelli di comunicazione epistolare : per un indice dei libri di lettere del Cinquecento, Roma, Bulzoni, 1981.

[83] Maria Luisa DOGLIO, op. cit., pp. 33-42.

[84] Veronica FRANCO, Lettere, op. cit., p.92.

[85] Ivi, p. 101.

[86] Ivi, p. 116.

[87] Cfr. Ann Rosalind JONES, op. cit. pp. 299-300; V. Helena SANSON, Donne, precettistica e lingua nell’Italia del Cinquecento: un contributo alla storia del pensiero linguistico, Firenze, Accademia della Crusca, 2007.

[88] Amedeo QUONDAM, op. cit., pp. 49-59.

[89] Ivi, p. 57.

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