Anna Carocci

Non si odono altri canti”. Leonardo Giustinian nella Venezia del Quattrocento. Con l’edizione delle canzonette secondo il ms. Marciano It. IX 486

Roma, Viella, 2014, 276 pp., 32 €.

Come ricorda opportunamente il titolo di questo volume, i versi – cantati – di Leonardo Giustinian (c. 1388-1446) conobbero a Venezia un successo fenomenale e duraturo, dalla loro composizione nel Quattrocento fino alla metà del secolo successivo. Graziose canzonette in cui il poeta umanista contaminò di delicati dialettismi veneziani un limpido toscano, furono apprezzati dai dotti come dal popolo, fino ad essere paradossalmente celebrati dal Bembo nelle sue Prose della volgar lingua. Cadde in seguito su di loro una fitta nebbia che non riuscirono a dissipare pienamente i ripetuti tentativi dei filologi dell’Otto e del Novecento. Infatti la stessa profusione dei testimoni – almeno 53 manoscritti e 14 edizioni a stampa pubblicate dal 1472 al 1550, secondo l’elenco steso da Anna Carocci – propone un quantità di varianti a volte difficilmente collazionabili. Così, dopo l’edizione diplomatica di Wiese (1883), in un po’ più di un secolo si sono arenate la tesi di una diffusione solo orale dei componimenti durante la vita dell’autore (Oberdorfer), quella di una doppia lezione d’autore che presuppone l’esistenza di un canzoniere (Billanovich), o quella di un variare meccanico legato alla diffusione orale (Pini). Conseguenza non trascurabile del fallimento di questi progetti di edizioni critiche, il lettore desideroso di conoscere le vaghe canzonette del patrizio è costretto a recarsi in biblioteche specializzate per sfogliare volumi più o meno antichi e più o meno attendibili, come il Fiore della lirica veneziana del Dazzi (1956) o la selezione operata nel 1915 da Vittorio Locchi.

Possiamo quindi accogliere con entusiasmo la pubblicazione recente della monografia di Anna Carocci. Questo lavoro è diviso in due parti: nella prima metà del volume Carocci propone un’efficace sintesi sulla vita, la poesia e i generi praticati da Giustinian; nella seconda metà la studiosa trascrive l’integralità di uno dei più importanti testimoni della tradizione giustinianea, il manoscritto Marciano Italiano IX 486, che contiene trentanove componimenti.

Il primo capitolo torna sulla documentatissima biografia di Leonardo Giustinian. Esponente di una delle più importanti famiglie della Repubblica, è un perfetto rappresentante dell’identità multipla che implica questo status, insieme «patrizio, uomo politico, umanista, oratore, bibliofilo e mercante» (p. 44). La sua educazione, dopo studi di legge e filosofia a Padova, è umanista: a Venezia diventa insieme a Francesco Barbaro allievo di Guarino Veronese, uno dei principali maestri della prima generazione di veneziani cultori degli studi classici. Ottimo ellenista, Giustinian accoglie l’imperatore bizantino Giovanni Paleologo al suo arrivo in laguna e traduce tre delle vite di Plutarco. Non per questo trascura la vita pubblica: conosce un classico cursus honorum di patrizio, che di cariche in Terraferma in magistrature lagunari lo porta fino alle soglie del dogato, quando diventa nel 1441 membro del Consiglio Ristretto che consiglia il doge. In linea con la tradizione veneziana, esercita inoltre la professione di mercante e guida il figlio Bernardo sulle sue orme con un trattatello, le Regulae artificialis memoriae.

Com’è di regola sottolineare, un tale profilo è a priori difficilmente conciliabile con la figura del «poeta del popolo» per eccellenza, alla quale Carocci dedica il secondo capitolo della sua monografia. Nelle lettere ai dotti amici umanisti Giustinian non accenna mai alla sua attività di poeta in volgare : si tratta di un passatempo, che ruota attorno ad un unico tema: «un amore che si vuole conquistare o riconquistare, e di cui si piange l’assenza» (p. 50). L’interesse principale del capitolo è la ripresa da parte di Carocci dell’analisi della tematica amorosa fatta da Dazzi nel 1934 (Leonardo Giustinian, poeta popolare d’amore), accogliendone alcune proposte ma modernizzando e approfondendo un testo per necessità alquanto invecchiato. Infine il terzo capitolo – il quarto è dedicato alla fortuna del poeta, alla quale abbiamo già alluso in apertura – torna sul rapporto fra testo e musica nell’opera di Giustinian, e ipotizza una diffusione che travalica il confine delle classi sociali, in una Venezia quattrocentesca in cui le barriere tra feste «popolari» e «private» non sono ancora pienamente stabilite.

Per quanto riguarda l’edizione dei testi, Carocci segue il metodo inaugurato da Enzo Quaglio: «non si concentra su un nucleo di testi caratterizzati dal fatto di essere presenti in più di una silloge importante, ma lavora su un testimone per volta, prendendone in considerazione tutte le canzonette nell’ordine in cui appaiono» (p. 105). Gli interventi si accontentano di sanare incongruenze ortografiche o metriche, per cui l’apparato è limitato alla lezione del manoscritto Marciano. Ci è così consentita la lettura di alcuni dei componimenti più famosi del Giustinian. In Amante, a sta fredura, un tipico «contrasto» fra due innamorati che si svolge durante una gelida notte di carnevale, l’amante cerca di convincere la sua bella ad aprirgli la porta, intimamente deciso ad approfittare ad ogni costo dell’occasione. I due scambiano battute insieme feroci e delicate, che si concludono con la vittoria dell’uomo. La solita dolcezza delle giustiniane cede il passo ad una spregiudicatezza che svela la violenza del rapporto di seduzione, e sfocerà in un vero e proprio stupro al quale il protagonista si risolve in un a parte:

Se entro da costei,
Ben serò pazo a perder tal bocone.
Io galderò con lei,
Avogador non temo ni presone.
La brama me torone
Dal mio longo desire.
Io l’aldo parire, el mio zoco è spazato. (IX, 168-74)

Altre canzonette oppongono una madre a una figlia, o cantano i dissidi comuni fra amanti:

Lasso mi, cum la farò?
Mia dona è corozata,
Più non vedo el volto so,
Verso mi la sta turbata.
Meschinello, e’ pianzerò. (XII, 1-5)

In conclusione, possiamo vedere nella monografia di Anna Carocci un triplice pregio: quello, in primis, di rilanciare lo studio della poesia d’amore di Giustinian; quello di farlo con una proposta metodologica che promette, ce lo auguriamo, nuove pubblicazioni; ma anche quello di permetterci una lettura agevole dei testi, in un volume non troppo costoso, di bella fattura e filologicamente sicuro.

Fabien Coletti.Université Toulouse Jean Jaurès / Università degli Studi di Padova.