Emmanuelle Pujeau

L’Europe et les Turcs, la croisade de l’humaniste Paolo Giovio

Toulouse, PUM, 2015, 504 pp. 27€.

Fiore

English abstract of the review: Emmanuelle Pujeau’s recent book, based on an elaboration of her doctoral thesis, takes a new look at Giovio’s renown work. Her aim is to insert his writings in the Renaissance intellectual but also political background of an Italian peninsula increasingly threatened by the Ottoman military conquests. By doing so, she examines the problem of Giovio’s sources of information on the Turks, as well as the very pragmatic and indeed military goals of the famous humanist who also pledged for the crusades.
Fiore

La recente pubblicazione fatta dalle Presses Universitaires du Midi e intitolata L’Europe et les Turcs, la croisade de l’humaniste Paolo Giovio, offre a un ampio pubblico un accesso agli studi condotti da Emmanuelle Pujeau nella sua tesi di dottorato discussa nel 2006 su Paolo Giovio et la question turque. Come viene sottolineato dal cambiamento di titolo, la ricerca si è allargata fino ad abbracciare, dal punto di partenza dei numerosi scritti di Giovio da lei molto ben conosciuti, la questione più generale della figura dei Turchi nella cultura umanistica. Nel suo studio l’autrice combina quindi approcci letterari e storici nel soffermarsi in particolare su alcuni temi riguardanti la letteratura sui Turchi, soprattutto di natura politica, che si sviluppò nel Cinquecento e in cui si distinsero i lavori di Giovio.

Il lavoro di Emanuelle Pujeau, perciò, si inserisce nell’attuale ripresa d’interesse degli studiosi per l’ampio corpus umanistico riguardante i Turchi, paragonabile per quantità alla contemporanea letteratura relativa alle grandi scoperte, la cui originalità era rimasta a lungo trascurata sotto il pretesto che fosse solo una reminiscenza medievalei.

Le “concezioni umanistiche” sono appunto l’oggetto del suo primo capitolo, in cui la studiosa dimostra come i lettori e gli autori del Cinquecento condividessero valori comuni che consentissero loro l’uso di termini intellegibili a tutti. Fra questi, ad esempio, il concetto di “Europa” era usato da Giovio come l’equivalente geografico della cristianità latina senza bisogno di alcuna glossa, un punto in cui Emmanuelle Pujeau individua un precedente all’avvio secentesco di questa nozioneii. Secondo l’autrice l’accessibilità a questi valori condivisi valeva anche per l’idea di crociata, i cui principi si estendevano anche agli avversari del papa – come viene illustrato anche da Erasmoiii–o per il concetto di libertas italiae, già valorizzato da Zimmermann, che si sviluppava nei diversi Stati italiani di fronte alla doppia minaccia francese ed imperialeiv. Queste comunità di significati vengono messe in evidenza da l’autrice attraverso una serie di paragoni tra diversi scritti contemporanei che reinseriscono l’opera di Giovio, e soprattutto il suo Commentario delle cose de Turchi, nel suo universo intellettuale ma anche politico. Dimostra ad esempio l’importanza delle crociate tardive nell’ideologia e nella retorica del potere del Cinquecento, un tema anche studiato durante i seminari tenuti all’Università di Tolosa, dove l’autrice compì il suo dottorato, dal 2007 in poi. Appare quindi ovvio che il Commentario, senza essere di natura propriamente bellicosa, fosse soprattutto un’opera politica, scritta inizialmente in italiano con lo scopo di promuovere la crociata presso un ampio pubblico e non un opera puramente scientifica come suggerirebbe la traduzione posteriore in latino.

Il progetto di crociata concepito da Giovio è l’oggetto del secondo capitolo, basato in particolare sul Consiglio di Monsignor Giovio intorno al modo di far l’impresa contra infideli. L’autrice ci ricorda il carattere fortemente materiale dei consigli dati dal vescovo di Nocera, che prevedevano ogni aspetto del finanziamento e dell’organizzazione della sperata crociata, fino, ad esempio, al divieto di bestemmia fra i soldativ. Nell’opera di Giovio vengono anche esaminate le strade più adatte per attaccare l’impero di Solimano, benché nell’ultimo capitolo Pujeau dimostri come il concetto di crociata in quell’epoca finì per essere ridotto a quello di crociata difensiva, ossia come dovere di tutti i principi cristiani alla protezione dei territori di confine. L’autrice nota anche che le strategie proposte da Giovio corrispondevano ai piani generalmente proposti dai militari riguardanti l’avanzata dell’esercito ottomano in un contesto di successo della letteratura poliorcetica. Ma il vantaggio di Giovio consisteva in una conoscenza maggiore di questo stesso esercito, illustrata da Pujeau per mezzo di un paragone fra la struttura delle armate descritta dallo storico Colin Imber e quella spiegata dallo stesso Giovio. L’opera di Giovio, in quanto migliore conoscitore delle ‘Cose dei Turchi’, appare dunque come una chiave essenziale nel capire le percezioni europee di fronte all’impero di Solimano, così come l’organizzazione politica dei principi cristiani.

Le concezione di Giovio relative agli Stati cristiani vengono dunque trattate nel terzo e ultimo capitolo attraverso lo studio dei suoi “campioni”, cioè le potenze politiche suscettibili di guidare la crociata tanto desiderata. Carlo V, col suo partito degli imperiali, viene naturalmente menzionato per primo e il suo titolo prestigioso garantirebbe inoltre che, durante la crociata, gli fosse riservata la strada della Morea, considerata più prestigiosavi. Il caso del re di Francia è più ambiguo, data non solo la discesa recente e traumatica dei Francesi in Italia, ma anche il patto concluso da Francesco I con Solimano, eventi che rendevano i Francesi una potenziale minaccia per la Respublica Christianavii . L’ultima potenza considerata è certamente la Repubblica veneziana, dove Giovio, avendo studiato medicina a Padova, aveva sviluppato numerosi contatti, come Pietro Bembo. Nonostante un atteggiamento generalmente pacifico di Venezia verso gli Ottomani, la Repubblica, non avendo mai compiuto un’alleanza militare con loro, rimaneva un alleato su cui Giovio si soffermava a lungoviii. Le descrizioni dei rapporti con Venezia si ricollegano alla parte del primo capitolo dedicata allo studio delle fonti usate, ma di rado esplicitamente nominate, da parte di Giovio. Quest’analisi ricorda anche il lavoro di Géraud Poumarède, in quanto quest’ultimo nel suo libro sulle crociate tardive rivela l’esistenza di un “crogiolo veneziano” essenziale a ogni conoscenza sui Turchiix. Infine, quest’ultimo capitolo esamina anche una crociata più personale: quella condotta dallo stesso Giovio per affermarsi come un esperto indiscutibile sulla questione turca nell’ambito letterario umanistico, un’impresa letteraria destinata a procurarsi appoggi politici al di fuori del protettore fedele, Cosimo de’ Medici.

Ogni capitolo di quest’opera viene accompagnato da un caso di studio approfondito riguardante eventi famosi dove le specificità di Giovio appaiono ben chiare. Nell’analisi di questi episodi Pujeau riprende alcune ricerche già da lei pubblicate sotto forma di articoli, come ad esempio l’assedio di Rodi, a lungo evocato nel primo capitolo, già considerato dal punto di vista delle fontix. Sulla battaglia di Prevesa si concentra il secondo capitolo, dove sono confrontati gli scritti di più autori contemporanei riguardanti soprattutto i ritratti dei protagonisti belligeranti. Andrea Doria, Vincenzo Capello o Barbarossa vengono esaminati a lungo attraverso diversi ritratti secondo un metodo che ricorda l’accento messo dallo stesso Giovio sui ritratti, ad esempio nel suo Elogia Virorum bellica virtute illustrium. Infine nel terzo capitolo l’analisi si focalizza più brevemente sul cosiddetto affare del Rincone (1451), che mette in luce la fragilità della Respublica Christiana.

L’approccio mischia dunque letteratura e storia politica. L’analisi lessicale spesso concorre a sostenere l’argomentazione o a introdurre interessanti sfumature che disegnano una percezione degli Ottomani tutt’altro che monolitica. Fra timore e fascinazione, la distanza sembra ridotta quando Giovio descrive un esercito efficace e credentexi, il che pone le basi di una paura veneziana e poi europea di fronte all’ubbidienza percepita come totale degli Ottomani nei confronti del loro sultano. Per quanto riguarda la storia culturale e in particolare la storia delle percezioni, questa cautela verso i testi è molto istruttiva. Conoscitrice di lettere classiche, l’autrice arricchisce anche l’analisi letteraria con ipotesi pertinenti riguardanti il sostratto culturale di alcune descrizioni di Giovio. Ad esempio le descrizioni militari vengono paragonate a quelle del De Bello Gallicoxii. Ciononostante, è meno sicura l’attribuzione agli stessi testi classici di un’influenza diretta sugli attori ottomani, sia delle strategie militari di Cesarexiii, sia della politica di Filippo di Macedoniaxiv. Anche se le loro opere e azioni erano conosciute a Istanbul, la questione dell’umanesimo ottomano e di una sua influenza nei campi politici e militari è ancora dibattuta. Nello stesso modo i paragoni fra testi europei e ottomani, ad esempio con le Ghazavat-Name, avrebbero più senso in uno studio politico degli eventi narrati, mentre nell’ambito di una storia culturale questi confronti sono meno pertinentixv. Eppure questi limiti rimangono trascurabili in uno studio la cui principale forza rimane la capacità di aprire, attraverso parecchi testi «a finestra», come lo stesso Giovio affermava di scrivere, una finestra solida verso la letteratura italiana ed europea in un periodo turbato dai pericoli politici.

Pauline Guéna, CRM.

i Si veda ad esempio il punto di vista di Norman Daniel, ripreso dopo da Robert Schwoebel, The Shadow of the crescent : the Renaissance image of the Turk, 1453-1517, Nieuwkoop, B. de Graaf, 1967.

ii Su questo dibattito, si veda Anthony Pagden, The idea of Europe, Washington, Woodrow Wilson Center Press, 2002.

iii Emmanuelle Pujeau, L’Europe et les Turcs: la croisade de l’humaniste Paolo Giovo, Toulouse, Presses universitaires du Midi, 2015, p. 36.

iv T. C. Price Zimmermann, Paolo Giovio: the historian and the crisis of sixteenth-century Italy, Princeton, Princeton University Press, 1995.

v E. Pujeau, L’Europe et les Turcs, op. cit, p. 194.

vi Ibid, p. 395.

vii Per una discussione su questo patto, che non cambia l’analisi generale, ma porta considerazioni di maggiore cautela, si veda ad esempio MATUZ, « À propos de la validité des capitulations de 1536 entre l’Empire ottoman et la France », Turcica, n°24, 1992, p. 183-192.

viii E. Pujeau et T. C. Price Zimmermann, L’Europe et les Turcs, op. cit, p 424.

ix Géraud Poumarède, Pour en finir avec la Croisade: mythes et réalités de la lutte contre les Turcs aux XVIe et XVIIe siècles, Paris, Presses universitaires de France, 2004.

x Per una dimostrazione delle somiglianze fra il Commentario di Giovio e la relazione veneziana di Domenico Trevisan, si veda Emmanuelle PUJEAU, « La source vénitienne de Paolo Giovio sur la guerre de Rhodes de 1522 », Ateneo Veneto, 2009, p. 43-96.

xi E. Pujeau, L’Europe et les Turcs, op. cit, p. 80 et suivantes.

xii Sul topos costituito dall’eroicizzazione di Cesare a partire dai primi umanisti, si veda Nancy Bisaha, Creating East and West: Renaissance humanists and the Ottoman Turks, Philadelphia, University of Pennsylvania Press, 2004, p. 52.

xiii E. Pujeau, L’Europe et les Turcs, op. cit, p. 140.

xiv Ibid, p. 421.

xv Ibid, p. 280.