Courtney Quaintance

Textual Masculinity and the Exchange of Women in Renaissance Venice

Toronto / Buffalo / Baltimore, University of Toronto Press, 2015, 259 pp., 70$.

La pubblicazione di Textual Masculinity si iscrive in una stagione felice per gli studi sulla letteratura veneziana anticlassicista, che sia popolare o erotica, qualche mese dopo quella di Ephemeral City di Rosa Salzberg (dedicato alle «cheap prints», lo abbiamo recensito qui). Essendo i due testi rielaborazioni di tesi di dottorato, possiamo solo augurare che venga completato questo quadro della ricerca recente con la pubblicazione del lavoro di Daniella Rossi sul volume inedito di poesie erotiche di Domenico Venier e Benetto Corner, che si trova anche al centro degli interessi di Courtney Quaintance.

La tesi principale della studiosa americana ha il pregio della chiarezza e può facilmente essere così riassunta: i testi erotici del Rinascimento veneto sono discorsi su corpi femminili che vengono scambiati – stampati o manoscritti – all’interno di una ristretta cerchia di nobiluomini e contribuiscono alla definizione della loro identità di genere e di classe. Quaintance propone così un doppio approccio: un’analisi dell’identità maschile del tempo, sempre ansiosa ma sempre trionfante, e una lettura di quello che i testi ci dicono sull’essere donna nel Rinascimento.

Il primo capitolo è dedicato agli albori della letteratura pornografica veneziana, con la lettura di due poemetti di Lorenzo Venier (1510-1550), membro di una delle più importanti famiglie veneziane nonché fedele amico di Pietro Aretino. Venier compone all’inizio degli anni 1530 la Puttana Errante e il Trentuno della Zaffetta, che per Quaintance definiscono il topos della prostituta: il primo costituisce una parodia di romanzo cavalleresco che si chiude con il trionfo della sua protagonista, la famosa Elena Ballarina, durante il sacco di Roma, mentre il secondo narra lo stupro di gruppo – il cosiddetto «trentuno» – letterariamente subito dalla cortigiana Angela del Moro, detta la Zaffetta. L’autrice si interessa soprattutto alla tonalità comica con la quale vengono descritte scene di un’efferata violenza sessuale. Dimostra così la funzione primaria di questa violenza, dentro e fuori dal testo: lo sviluppo di una sociabilità maschile a scapito di un corpo di donna.

Il legame fra l’Aretino e un patrizio come Lorenzo Venier appare, infatti, come tutt’altro che casuale. Il poligrafo, approdato in laguna nel 1527, seppe presto procacciarsi il patrocinio culturale e civile della classe dirigente e frequenta la cerchia riunita attorno al fratello di Lorenzo, Domenico (1517-1582), a cui sono dedicati i tre capitoli centrali del libro di Quaintance. L’informale accademia Venier di Santa Maria Formosa, attiva dagli anni 1540, è priva dei minuti e dei riti che caratterizzano le più tarde adunanze di letterati; costituisce nondimeno un luogo privilegiato di scambi testuali e funge da acceleratore di promozione sociale per uomini, come il giovane organista e letterato vicentino Girolamo Parabosco o lo stesso Aretino, che non appartengono alla nobiltà veneta. Quaintance mostra come gli autori che frequentano l’accademia la rappresentano come uno spazio di soli uomini, nel quale vengono scambiati discorsi sulle donne con l’unico scopo di fare valere un virtuosismo retorico. Ma dietro a quest’immagine pubblica – concretizzata nei Diporti del Parabosco o nella pubblicazione delle antologie intitolate Rime diverse di molti eccellentissimi autori – si nasconde una fitta letteratura privata scritta in dialetto. Quaintance sottolinea lo statuto paradossale della lingua veneziana: praticata da buffoni e canterini, è disprezzata dai «middle class umanists» come Lodovico Dolce che la percepiscono come umile e provinciale, ma è invece lautamente utilizzata dai poeti patrizi, come segno distintivo per eccellenza della loro identità di classe. E infatti se a lungo Domenico Venier fu conosciuto come cultore di un petrarchismo raffinato e tecnicista, da qualche decennio è stata rivelata la sua produzione erotica dialettale, che i copisti spesso attribuivano al nipote Maffio (1550-1586), figlio di Lorenzo. Parzialmente suo è uno dei testi più affascinanti del Rinascimento veneto, purtroppo ancora inedito e conservato alla British Library: un libro manoscritto lungo più di duecento carte composto a quattro mani dal Venier e dall’amico Benetto Corner a proposito della loro amante Elena Artusi. Quaintance propone una lettura del codice che mette in risalto il carattere omosociale – se non omoerotico – del carteggio poetico fra i due patrizi: più che di un romanzo d’amore si tratta del racconto di un’amicizia maschile che si fonda sulla descrizione di un corpo femminile, talora esaltato e talora vilipeso.

Nel quarto capitolo, Quaintance ricostruisce il percorso di poesie del manoscritto inglese in tre antologie: il Ms It. IX 173 della Marciana, la più grande raccolta di poesia veneziana del Cinquecento stesa di pugno del poeta Giovanni Querini (1567-1610); la Caravana (1565), stampa che raccoglie vari testi veneziani privi di attribuzione; infine i Versi alla venitiana (1613) conosciuti per contenere numerose poesie di Maffio Venier – o a lui attribuite. In un lungo panorama delle varianti testuali dimostra che se nei manoscritti l’identità degli autori è una componente essenziale del discorso, sparisce del tutto quando i versi vengono presentati al più largo pubblico dei consumatori di stampe. I poeti patrizi costruiscono così una doppia immagine: quella semi-privata del «gentlemen’s club» dell’accademia, in cui la poesia erotica serve a rafforzare i legami di amicizia maschile, e quella pubblica, fortemente limitata dalla nascente Controriforma e dall’onere delle cariche politiche.

Infine l’ultimo capitolo cerca di confrontare queste strategie maschili con quelle usate da due poetesse vicine alla cerchia di Venier, Gaspara Stampa (c. 1523-1554) e Veronica Franco (1546-1591). Quaintance rovescia l’immagine di una Venezia intesa come luogo privilegiato di libertà femminile e illustra le reticenze che ostacolano la carriera poetica delle due donne rispetto a quella, per esempio, della cortigiana romana Tullia d’Aragona. Mentre Stampa cerca di sfruttare le strategie classiche di collaborazione letteraria – fra l’altro radunando testi per celebrare la memoria del suo nobile amante Collaltino di Collalto – viene perseguita se non da un’avvilente riputazione di cortigiana, almeno dal permanere di un’ambiguità morale di cui si farà portavoce anche Benedetto Croce. Veronica Franco invece, cortigiana di mestiere, è costretta a letterariamente sbandierare le sue doti sessuali, ma riesce a capovolgere il rapporto con un cliente-amante come Marco Venier richiedendo come pagamento una collaborazione poetica.

Possiamo, in conclusione, rilevare un solo limite al libro di Quaintance, di cui certo non vogliamo accusare la stessa studiosa, ma piuttosto lo stadio ambiguo di una ricerca che troppo poco ha saputo elargire i suoi risultati oltre la cerchia degli addetti ai lavori. Dal punto di vista del corpus infatti, Textual Masculinity è lievemente problematico: per chi ha letto i testi affrontati dalla monografia, le pagine della studiosa americana non portano sostanziali novità; per chi non li ha letti invece rimarrà un senso di frustrazione, in quanto sono pagine e versi molto difficilmente reperibili, se non addirittura introvabili fuori da Venezia. Vengono così indicate due strade da proseguire in futuri studi: da una parte la pubblicazione di testi citati da tutti ma illegibili fuori dalle rare biblioteche che li custodiscono (esemplare il caso della Caravana), e dall’altra un lavoro di catalogazione dei numerosi inediti nascosti fra le carte della Marciana o di altre biblioteche. Aspettando questi sviluppi, il lavoro di Quaintance si configura quindi – oltre alla vigorosa tesi che difende – come un’ottima introduzione a una letteratura erotica che è ancora lontana dall’aver svelato tutti i suoi tesori.

Fabien Coletti.
Université Toulouse – Jean Jaurès / Università degli Studi di Padova.