Rosa Salzberg

Ephemeral City: Cheap Print and Urban Culture in Renaissance Venice

Manchester, Manchester University Press, 2014, 199 pp., 75 £ (circa 100 €).

Prima di aprire quest’appassionante volume sulle cosiddette «stampe popolari» della Venezia rinascimentale, ci tocca purtroppo segnalare col prezzo di questo libro un limite grave – ovviamente indipendente dalla volontà dell’autrice, ma ironicamente in linea con i suoi interessi scientifici – legato a deplorevoli abitudini di certe case editrici, particolarmente anglo-sassoni. In tempi in cui cospicui sforzi economici vengono richiesti da parte delle istituzioni, riducendo di fatto il numero di acquisizioni librarie, e in cui la figura del ricercatore si sta sempre più precarizzando, vendere monografie di dimensioni contenute a prezzi che superano i cento euro è un abuso di posizione dominante, oltre che un freno al progresso della ricerca.

Del tutto diverso è l’oggetto di studio qui preso in considerazione, le «cheap prints» veneziane, certamente un termine più adatto a descrivere questa produzione che l’italiano «stampa popolare» (su questo tema cf. per esempio Chiara Lastraioli, Pasquinate, grillate, pelate ed altro Cinquecento minore, Manziana, Vecchiarelli, 2012). Rosa Salzberg, che insegna la Storia dell’Italia moderna all’Università di Warwick, rielabora con queste pagine la sua tesi di dottorato (The Dissemination of Cheap Print in Sixteenth Century Venice, University of London, 2008), debitamente aggiornata e aumentata da ricerche parzialmente pubblicate in una serie di articoli.

In introduzione Salzberg sottolinea i vari paradossi che accompagnano quegli opuscoli: legati al mondo elitario delle parole stampate, si affermarono come un potente strumento di comunicazione di massa; numerosissimi già dai primi tempi della storia dell’editoria, la loro natura effimera li rese invisibili per lo studioso di fronte alla schiacciante supremazia concettuale del libro; infine, prodotti per eccellenza di una tecnologia nuova, il loro uso rimase indissolubilmente legato ad altre forme di comunicazione, prima di tutto alla recitazione orale che accompagnava spesso la loro vendita. A Venezia, città che produce all’inizio del Cinquecento il 65% della carta stampata italiana, si ritrovano così al centro di una triplice interazione, fra il potere laico ed ecclesiastico che alternativamente li utilizza o li censura, un’industria che ne fa una fonte di guadagno e un popolo che li ricerca con crescente desiderio.

Nel primo capitolo Salzberg cerca di definire il suo oggetto di studio e si sofferma più genericamente sulle conseguenze dello sviluppo della stampa. Mostra come la proliferazione dei «cheap prints» sia stata accolta con sentimenti constrastanti, generando profonde ansietà nei depositari tradizionali della cultura. Infatti, con la diffusione di stampe poco costose si allarga il pubblico, cambia il rapporto fra scritto, lettore e sapere; di conseguenza, il sistema medievale basato sullo scambio di testi (manoscritti e poi stampati) fra dotti si sente minacciato dall’irruenza del mercato. Lontana dalla figura di un Aldo Manuzio, Salzberg descrive una folla di piccoli stampatori, a volte tutto tranne che letterati, con il guadagno come unica ambizione. Particolarmente interessante a questo proposito risulta il corto elenco di astuzie impiegate per allettare il lettore: titoli ricercati che nascondono la povertà dei contenuti, insistenza sul nome di un autore o di un saltimbanco conosciuti sul frontispizio di un’opera altrui…

Nel secondo capitolo Salzberg delinea una geografia delle botteghe di cartolai, stampatori, e venditori di libri: principalmente concentrati fra Rialto e San Marco, nelle costose Mercerie o nella variegata parrocchia di San Moisè, quei negozi godono di una grande visibilità e contribuiscono a ridefinire il paesaggio urbano della Venezia del Cinquecento. A volte dipendenti di queste botteghe, a volte proprietari di un carro stabile o di un semplice cestino, i venditori ambulanti distribuiscono notizie, canzoni, poemetti o consigli medicali, insieme a prodotti di uso corrente come profumi o saponi. Questo modo di diffusione è intimamente legato al mondo dei ciarlatani: i saltimbanchi di Rialto o di San Marco vendevano opuscoli che potevano essere il testo della rappresentazione appena eseguita, o un’opera del tutto diversa, come il buffone Zuan Polo che dopo i propri spettacoli spacciava una sua parodia di romanzo cavalleresco, mettendo così a contatto con i testi anche chi non sapeva leggere.

Nel terzo capitolo Salberg si concentra su alcune figure di stampatori di «cheap prints», con lo scopo di sottolineare la mobilità – geografica, professionale, sociale – inerente al mestiere. Per esempio il ferrarese Nicolò Zoppino, in una carriera che lo porta ad esercitare la professione in una decina di città del Nord Italia, riesce proprio grazie alla sua attività di cantibanco ad individuare le richieste del mercato. Altri, che non disponevano del materiale per la stampa e per cui la rappresentazione pubblica era l’unica fonte di guadagno, facevano realizzare fogli volanti da editori diversi in ogni città che attraversavano, per poi rivenderli sulla piazza. Il contenuto delle stampe è affrontato nel quarto capitolo: a metà strada fra letteratura e rappresentazione, fra importanti opere contemporanee e oscuri poetastri, i testi venduti a poco prezzo trasmettono al popolo delle piazze un eco della più alta cultura rinascimentale. La popolarità del Furioso spinge i saltimbanchi a produrre una serie di parodie o imitazioni di bassa qualità; le più recenti notizie sugli eventi bellici in corso vengono trascritte in versi e cantati a un popolo avido di informazioni, dando così alla luce i lontani antenati dei nostri giornali; il sapere tecnico o medico viene pure volgarizzato in opuscoletti, creando un mercato per le false ricette dei ciarlatani; infine, la maggioranza dei fogli in circolazione sono di tipo religioso: indulgenze, preghiere e varie opere devozionali erano gelosemente custodite dai clienti per i quali erano in qualche modo investite da un potere magico ma anche, a volte, sospette di eterodossia.

Infatti, dopo un primo periodo di controllo durante la guerra della Lega di Cambrai, i rischi sociali e religiosi della diffusione in massa di stampe dal contenuto non controllato allarmano già dagli anni 1540 le autorità civili ed ecclesiastiche. Nel 1543 il potente Consiglio dei Dieci rende obbligatorio l’ottenimento di un’autorizzazione di stampa che teoricamente colpisce qualsiasi scritto e affida il controllo alla recente magistratura degli Esecutori contro la Bestemmia. Nel 1549 i Dieci esigono la creazione di una corporazione degli stampatori e dei venditori di libri, che faccia insieme da garante del materiale stampato e da valido interlocutore per il governo veneziano; lo stesso anno – cioè dieci anni prima dell’indice paolino – nasce un primo progetto, non realizzato, di indice dei libri proibiti. Negli anni 1550 anche il Santo Uffizio incomincia ad esaminare gli stampatori che pubblicano storie amorali e bastano probabilmente alcuni processi per fare da avvertimento a tutta la professione. Se alcuni di loro cercano allora di sostrarsi alle regole con falsi luoghi di stampa, il più sembra lentamente orientarsi verso una produzione consona ai requisiti del potere.

In conclusione Salzberg illustra l’evoluzione che conobbe la diffusione della stampa nella Venezia rinascimentale con l’esempio di due crisi maggiori della fine del Cinquecento e dell’inizio del Seicento. Mentre alla fine del secolo XV il pubblico che comprava libri non era diverso da quello che, nel medioevo, si procurava copie di manoscritti, una crisi come quella della peste del 1575-7 vede la circolazione di un’immensa quantità di stampe di ogni tipo, diventate un comune bene di consumo. Qualche decennio dopo, la polemica sull’Interdetto del 1606-7 dà il via ad una produzione di «cheap prints» ancora più ampia, che il governo veneziano rinuncia a controllare: ormai incapace di arginare il fiume di carta, si deve accontentare di rispondere con proprie opere di propaganda.

L’unico rimpianto che può avere il lettore di quest’agile ricostruzione, specialmente dopo essere stato allettato dalla riproduzione di alcuni frontispizi di «cheap prints», è l’assenza di un’appendice che vada oltre la semplice bibliografia e presenti sintetiche schede individuali. Un piccolo catalogo, insomma, che possa avviare ricerche mirate alla sostituzione di un lavoro oggi ancora fondamentale come la Bibliografia delle stampe popolari italiane del Segarizzi (1913), limitato al fondo della biblioteca Marciana.

Fabien Coletti.
Université Toulouse – Jean Jaurès / Università degli Studi di Padova.