Stefano Pezzè (stefano.pezze@gmail.com)

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Premessa filologica

Introduction

Capoversi dei componimenti:

Sì furon le radici al stabil ferme,

Or sei pur gionto al destinato scanno

Ecco ch’el Gal gridar non s’ode più,

Driza il gran Gallo l’alta cresta or su,

Il Leon, ripossato, or pur si desta

Tronco di coda, il lubrico Colubro

Svigliasi a l’arme il furibondo Marte,

Venezia mia, ben ch’io mi veggia indegno

Miserabil cità, dove sei gionta?

Pratica ognun non so qual porà più:

Poni per cui si fiuta ove si trulla

Patria dolce, non senza gran dolore

 


Premessa filologica

 

Nel corso del presente contributo verranno proposti dodici testi di Guidotto Prestinari. Per quanto riguarda la tradizione alcuni ragguagli seguiranno nel testo, ma è bene specificare fin da subito che, disponendo di un’unica attestazione manoscritta in parte idiografa e in parte autografa, l’edizione si basa esclusivamente su quest’unico importante testimone. In merito ai criteri ecdotici adottati, la destinazione del saggio mi ha spinto a muovermi in controtendenza rispetto alla propensione attuale, fortemente conservativa, preferendo invece privilegiare una maggior facilità di lettura (segue la stessa logica l’esclusione di un apparato, e alla discussione dell’unico intervento notevole sono dedicate le ultime righe di questa premessa); in linea di massima mi sono attenuto alla sempre valida Nota sulla grafia posta da Pier Vincenzo Mengaldo alla fine della sua edizione delle Opere volgari di Boiardo (Bari, Laterza, 1962, pp. 456-477) e a quella di Paolo Bongrani nell’edizione dei Canzonieri di Gaspare Ambrogio Visconti (Milano, Il Saggiatore, 1979, pp. c-cxiv). Nel dettaglio:

  • Elimino i dittonghi alla latina ae e oe;
  • Ammoderno a i il cultismo y;
  • Ammoderno il grafema j, ricorrente solo nei plurali delle parole in -io, rendendo -ij in -ii;
  • Distinguo u da v secondo l’uso moderno;
  • Elimino la h etimologica e pseudoetimologica (presente in massima parte in hor e composti);
  • Ammoderno i digrammi ch (troncha), ph (phenice) e th (thesoro);
  • Conservo x etimologica (extolle, influxo);
  • Conservo ct (victoria, extincto);
  • Rendo il latinismo -ti- con -zi- (precipitio>precipizio), e allo stesso modo tratto -entia (prudentia>prudenzia);
  • Mantengo i nessi –pt- (Neptuno), -dv- (advien), -bd- (subditi) e –nstr- (monstri);
  • Mantengo i prefissi alla latina con- (constante) e trans- (transportasse);
  • Mantengo et e ad davanti a vocale;
  • Trascrivo chel e sel come ch’el e s’el (se pron. soggetto) e che ’l e se ’l (se articolo o pron. oggetto);
  • Riordino le maiuscole secondo l’uso moderno, oltre ad impiegarle per i termini con valore metaforico evidentemente antonomastico (Moro, Leon);
  • Trascrivo perché e poiché (con valore causale) e per che (con valore consecutivo) e poi che (con valore temporale).

Introduction

Nel quadro della poesia settentrionale a cavallo tra Quattro e Cinquecento, le voci in qualche modo rilevanti che ci sono arrivate sono effettivamente poche. Il bergamasco Guidotto Prestinari (1455-1527)[1] non rientra certo in questo novero, e tuttavia la lettura delle sue rime traballanti, confinate in «una tradizione non certo massiccia o tentacolare»,[2] ha il pregio di calare il lettore odierno nel drammatico scenario in cui il loro autore si trovò a barcamenarsi: vale a dire essere abitante di una città posta a due passi dalla Milano sforzesca (e in seguito francese) che tuttavia rappresenta l’estrema propaggine orientale della Serenissima, e tutto ciò nel contesto storico delle prime Guerre d’Italia.

Nel canzoniere idiografo e autografo conservato alla Biblioteca dell’Accademia Carrara di Bergamo (scatola 59, fasc. 536, precedentemente Cartella x, fasc. 2), unico collettore significativo di rime di Prestinari,[3] c’è di tutto, com’era prassi nei poeti occasionali a quest’altezza cronologica: testi di natura amorosa, ma anche storici, politici, filosofici, encomiastici, funerari, religiosi, burleschi e di invettiva. Alla diffrazione tematica si accompagna, prevedibilmente, anche una generale disorganicità del macrotesto, in cui sembra di poter riconoscere il disegno di «un compatto tessuto amoroso»[4] solo fino al son. 26 (su un totale di 174 testi più 9 di corrispondenti), dopo di che il risultato è una messe inarticolata di testi della natura più varia, con la rara comparsa di brevi sequenze coerenti, di solito riconoscibili attraverso un nutrito numero di connessioni intertestuali. In sostanza, Guidotto aveva verosimilmente accarezzato l’idea di condensare la propria esperienza lirica in un canzoniere sul modello petrarchesco, ma per qualche motivo l’operazione (per quanto possiamo sapere allo stato attuale delle cose) è rimasta allo stadio iniziale, e quella che ci è arrivata non è che una semplice raccolta di rime, o poco più.

Al di là di questo, comunque, si diceva che quanto importa in questa sede è principalmente reperire lacerti di un contesto storico-geografico al limite; per questo motivo, l’antologia di testi che propongo interessa esclusivamente componimenti di natura storica, politica ed encomiastica. Volendo cominciare secondo un criterio cronologico, sarà bene partire dagli anni che precedono la caduta del Moro, nei quali Guidotto parrebbe legato principalmente alla corte sforzesca: lo testimoniano i testi di corrispondenza indirizzati a membri di detta corte, quali Gaspare Ambrogio Visconti, di cui fu anche maestro e coautore di un affettuoso scambio epistolare (63-64, poi incluso anche da Gaspare Ambrogio nel suo personale canzoniere),[5] e Antonio Fileremo Fregoso, destinatario di un sonetto tardivo (172) in occasione della pubblicazione della Cerva bianca (1510). Il rapporto che lega Guidotto a Milano, non certo disinteressato, è documentato in una coppia di sonetti encomiastici (32 e 48) dedicati a Ermes Sforza e allo stesso Ludovico. Il primo, che ha come oggetto appunto il secondogenito (1470-1503) del defunto Galeazzo Maria, parrebbe fondarsi su un genuino sentimento di ottimismo nei riguardi del promettente rampollo della casata; di difficile datazione, si potrebbe intendere nel v. 11 una stoccata nei confronti del volgarizzamento landiniano (stampato, col titolo di Sforziada, da Antonio Zarotto nel 1490) dei Commentarii rerum gestarum Francisci Sfortiae di Giovanni Simonetta, già circolanti grazie alle due edizioni degli anni Ottanta (sempre per Zarotto, 1481-82 e 1486). In questo senso disporremmo se non altro di un terminus post quem, con quello ante quem facilmente situabile al 1494, anno della morte di Gian Galeazzo e della definitiva presa di potere dello zio Ludovico: in pratica, il sonetto andrebbe collocato nel quinquennio 1490-94. Se invece Guidotto avesse genericamente inteso il «vulgar» come un ipotetico termine di paragone peggiorativo, la forbice andrebbe di conseguenza allargata fino a comprendere anche il decennio precedente.

32

Al illustre Ermes Sforza

Sì furon le radici al stabil ferme,

ch’ancor vivendo sotto a verde scorza

rinova qual fenice il magior Sforza,

e pululando cresce il claro germe.

Questa casa real non fia più inerme,

ché di gloria e valor più ognor s’inforza;

nè fia mai spenta lucida sua torza,

ma ascende di virtù sin al ciel Erme.

Goda, sì, goda quel divin Francisco,

cui trionfo si canta in mille carte,

non con vulgar, ma con stil alto e prisco;

ché per costui s’extolle in ogni parte

e si risviglia il gran stuolo sforcisco,

cui sol bel nome altiero accende Marte.

All’insistito riferimento al capostipite della dinastia fa da contraltare la totale assenza del nome di Ludovico, che pure di Francesco i era figlio, e che pure dal 1480 deteneva il potere de facto alle spalle del giovane Gian Galeazzo. Quanto il Moro fosse inviso a Guidotto sarà chiarissimo nei testi che seguiranno cronologicamente la sua caduta, ma che il rapporto non fosse amichevole si può dedurre anche dal sonetto che il bergamasco non poté esimersi dal confezionare in occasione della presa di potere di Ludovico (stavolta de iure) nel 1494:

48

A lo illustre Moro, Guidotto Prestinari

Or sei pur gionto al destinato scanno

che da’ primi anni ti predisse Sforza;

et ora il Moro altier rinova scorza

al fruttar più felice e fertil anno.

Prosperi e venti a ben in meglio vanno,

e ’l legno in alto mar più ognor s’inforza,

dritto senza alternar poggia con orza,

sicuro di Fortuna e d’ogni affanno.

Adonque, mentre sei destro su l’ale,

segui il tuo buon destino, e qui memoria

trionfal restarà di te immortale,

ché di qualunque impresa alta victoria

reportar dei, ché d’ordine fatale

propizio il Ciel ti chiama a magior gloria.

Poco più di un ossequio, apparentemente, e dall’insistito riferimento al fato (destinato, buon destino, ordine fatale) parrebbe che Guidotto più che gioire dell’evento se ne voglia fare una ragione. Nella fronte si presenta Ludovico nel suo nuovo ruolo con una metafora vegetale (il moro è il gelso) diffusa nei poeti di quella corte (cfr. p.e. Visconti, Pasitea, 23-24 «sotto un Moro a l’ombra/che di sua fama tutto il mondo ingombra» o Bellincioni, Ripresentazione di Pavia, 6, 8 «di manna un boticel sotto a un Moro») e si fa riferimento alle circostanze politiche contemporanee («a ben in meglio vanno»: forse si allude alla coincidenza favorevole tra l’alleanza con Carlo viii e la morte di Gian Galeazzo in poco più di un mese); la sirma invece è deputata – in modo abbastanza didascalico – ad augurare al Moro il miglior governo possibile. Da notare l’impiego in entrambi i sonetti della rima in -orza, con ben tre parole-rima in comune (scorza : Sforza : inforza), peraltro già petrarchesche (rvf 278), coincidenza comunque imputabile più ad un repertorio metrico tendenzialmente povero che a una precisa scelta di natura stilistica.

Un moto di orgoglio, per la verità, traspare in modo abbastanza evidente in un sonetto tronco (72) scritto in seguito alla battaglia di Fornovo (1495):

72

Guidotto Prestinari, 1495

Ecco ch’el Gal gridar non s’ode più,

ch’ensuperbito già tal mossa fé;

or spenachiato d’ale e coda c’è,

e la gran voce gli è caduta giù.

Non so se al rivolar sì l’ale su

seran come fu in giù veloce il pè;

il lui subito gir tal esser dé

qual temerario ardir di Xerse fu.

Dal italico ardor fuger non può,

ché svigliarassi, anci svigliato è già

novo Camillo, antico flagel suo.

Chi senza freno scorre, e ben non ha

risguardo fermo a ciò che seguir può,

nel proprio lazo alfin gabato va.

L’entusiasmo di Guidotto per la vittoria conseguita sul Gal dalla lega costituita da Milano e Venezia, comunque, doveva principalmente derivare, più che dalla compresenza di Ludovico, dall’ingresso in campo della Serenissima, il novo Camillo del v. 11 (Marco Furio Camillo, che sconfisse i Galli dopo il sacco di Roma del 390 a.C.). Rimarchevole, comunque, il riferimento all’italico ardor, sentimento non comune in un momento storico in cui le forze interne  della penisola entravano spesso in conflitto tra loro.

Proprio per questo, in effetti, era necessario optare per una potenza in cui riporre la propria lealtà, e alla definitiva scelta di Venezia sono dedicati quattro sonetti posti in posizione immediatamente successiva a quello appena riportato (76-77-80-81), solo uno (80) dei quali riporta in rubrica un’indicazione temporale; in ogni caso, l’intero gruppo pare ascrivibile al periodo del secondo conflitto, quando si ribaltarono le alleanze e Venezia fornì supporto al nuovo sovrano francese Luigi xii per porre fine alla dominazione sforzesca.

76

G.P.

Driza il gran Gallo l’alta cresta or su,

e con gran voce gallizando va;

e tremebondo in sé racolto sta

il fiero Serpe, che non fischia più,

ma con il capo chino a terra giù,

l’orechie agucia atento: a ciò si fa

ch’altro reffugio al suo languir non ha

ch’en pensar qual sarà, qual è, qual fu.

Or, se una parte di la coda gli è

tronca dal Gallo sol col grido suo,

senza in lui mover pur sol ala o pè,

che serà se ’l Leon, che tanto può,

stende sue forze contra? Certo cre’,

non li fia tempo dir nè sì nè no.

77

G. P.

Il Leon, ripossato, or pur si desta

dal longo sonno, e fieramente rugge,

ché pargli ormai ch’el ferir tropo indugge

squassando l’ale e la lanosa testa;

e le gran branche adunche e ’l morso asesta,

tal che tremando il squalido Angue lugge,

e fischiando a sé stesso il sangue sugge,

ché ’l mondo, la Fortuna e ’l Ciel l’infesta.

Memore l’alto Re del tempo aretro,

tanta superbia più non vol su saglia,

donde l’expulse già giù al loco tetro,

ma vòl che contra lui san Marco or vaglia:

et a tal fin n’advien chi fuor di metro

s’extolle, e nulla par d’altrui gli caglia.

80

G. P. nel ritorno dil Moro a Milano

Tronco di coda, il lubrico Colubro

sgombrò qual stral scocato di balestra,

sé nascondendo in una tomba alpestra

per ristorar il caso suo lugubro.

Or, ritornato al bel paese insubro,

scorre qual caval sciolto di capestra;

se gli fia puoi, non so, Fortuna destra

o come a Pharaon già nel mar Rubro;

cre’ che la cieca sol gli ha aperto il passo,

mostrandogli a l’entrar esser propizia

per farlo al fin di coda e capo casso,

ché vol, come fe’ già l’alta iustizia,

precipite getarlo ancor giù al basso,

ché intorno di venen l’aer avizia.

81

G. P.

Svigliasi a l’arme il furibondo Marte,

e giù da l’alto suo soggiorno piomba,

e l’orribil suo strido ormai ribomba

a la bataglia quinci in ogni parte;

e ’l fabro scicilian mai non si parte,

con fier ministri suoi, da l’atra tomba,

ma par più ognor che a la focina incomba,

’doprando a far sagette ingegno et arte.

Bolle la terra e ’l mar a varco a varco,

e Bellona s’accinge ad aspra guerra

l’atroce spada, il scudo, e’ strali e l’arco;

e tutto ciò commove il Ciel in Terra

solo per che si facia al fin san Marco

trionfator di quanto Italia serra.

Il primo sonetto, di cui va rilevata – come per il precedente – la particolarità di essere tronco,[6] riprende anche la metafora animale del Gal, qui estendendola anche agli altri due attori della scena bellica: il fiero Serpe Ludovico, per la vipera viscontea mantenuta sullo stemma sforzesco, e il Leon di san Marco. Il testo parrebbe alludere alla precipitosa fuga verso Innsbruck del duca in seguito alla caduta di Milano (settembre 1499). Il dileggio di Guidotto è qui evidentemente sfrontato, visto che non solo si limita a far riferimento alla facilità con cui i Francesi hanno costretto il duca a battere in ritirata («senza in lui mover pur sol ala o pè»), ma aggiunge pure che un potenziale intervento veneziano non gli lascerebbe scampo («non li fia in tempo dir nè sì, nè no») qualora dovesse decidere di rientrare nel conflitto; premonizione, del resto, che puntualmente si avverò l’anno successivo.

Lo stesso Leone è protagonista del sonetto successivo, nel quale è ritratto come principale antagonista del Serpente, che da fiero è qui degradato a squalido. Il testo costituisce la naturale prosecuzione del precedente, in cui l’intervento veneziano era solo auspicato; qui, al contrario, la Serenissima dispiega il proprio potere militare contro lo Sforza («fieramente rugge», di petrarchesca memoria: cfr. rvf 256, 7 «e ’n sul cor quasi fiero leon rugge»), che ormai ha perso ogni supporto («ché ’l mondo, la Fortuna e ’l Ciel l’infesta»): da notare come Fortuna e Ciel fossero parole-chiave anche nel già visto sonetto 48, rispetto al quale – a questo punto – è mutato ogni buon proposito. A sancire poi il disprezzo dell’autore interviene, nella prima terzina, addirittura il riferimento biblico (Gen. 3, 14-15) al serpente cacciato al «loco tetro» (stavolta con dantismo, cfr. If. vii, 31 e le stesse rime a retro : tetro : metro).

Il terzo sonetto della corona, agevolmente databile ai primi mesi del 1500 grazie alla rubrica, affronta il brevissimo recupero della città da parte del Moro, miseramente fallito il 10 aprile quando venne fatto prigioniero dai francesi a Novara. Guidotto recupera l’immagine del serpente «tronco di coda» già impiegata nel son. 76 (vv. 9-10: «coda […] tronca»), quando Ludovico era stato costretto alla fuga in Austria (la «valle alpestra») dalla calata di Luigi xii. Allo stesso modo, si vede come viene ripresentato il trittico del testo precedente mondo-Fortuna-Ciel, sempre nella sirma: la Fortuna è «la cieca» che ha reso apparentemente agevole il rientro del duca a Milano, ma solo «per farlo alfin di coda e capo casso», ossia per finirlo, compito che a quanto pare spetterebbe a Venezia (76, 12-13: «che serà se ’l Leon, che tanto può/stende sue forze contra?»); il Ciel è l’«l’alta iustitia» di Dio («l’alto Re» di 77, 9), la spinta provvidenziale verso la definitiva caduta del Moro, che di nuovo (77, 11: «donde l’expulse già giù al loco tetro») rigetta la superbia di Ludovico, e si adopera per «precipite getarlo ancor giù al basso»; il mondo, infine, è nell’explicit, ed è reso malsano dalla presenza del duca, che «di venen l’aer avizia». Rilevante, poi, come al rimando biblico della cacciata del serpente se ne vada ad aggiungere qui un altro, ossia l’episodio del mar Rosso che si richiude sull’esercito egiziano (Es. 14, 26-28); ma già Dilemmi, a questo proposito, aveva notato come in Prestinari «i testi biblici ed evangelici si piegano a repertorio di figure e fatti memorabili».[7]

Il sonetto che chiude la micro-sequenza è anche quello più difficilmente riconducibile ad un episodio o periodo particolare, dati gli elementi abbastanza generici del suo contenuto; sembra comunque ragionevole supporre che il conflitto cui si fa riferimento (con il triplice ricordo di Marte, Vulcano e Bellona) sia lo stesso a cui sono dedicati i tre testi precedenti. Va registrata la nota positiva dell’ultima quartina, in cui si profetizza una vittoria veneziana dai toni provvidenziali; ed effettivamente la Serenissima uscì dalla guerra arricchita dei territori ricevuti dal re francese in cambio dell’appoggio nel trattato anti-sforzesco.

Sfortunatamente, nel giro di pochi anni il precario equilibrio delle alleanze interne ed esterne alla penisola portarono Venezia a trovarsi isolata contro tutte le potenze italiane e straniere nel 1508 (accordo di Cambrai). Della disastrosa situazione è specchio una canzone di Guidotto dell’anno successivo all’accordo (come registrato dalla rubrica), quando la repubblica vide i propri territori in terraferma passare progressivamente sotto il controllo nemico.

145

Yesus. Consolatoria di Guidoto di’ Pristinari, citadino di Bergomo, a’ Veniziani per la rotta del campo suo a Triviglio, e perso tutta terra ferma fin ad Trevigi, de anno 1509

Venezia mia, ben ch’io mi veggia indegno

di alcun consiglio o di arricordo darte,

ché mal pò dar chi d’ogni valor manca;

pur in me sviglia Amor sì ingegno et arte

che mi stringe a mostrar, per qualche segno,

mia servitù che in te non mai fia stanca;

che sola a dir, et a scriver m’affranca

con gran baldanza, onde s’io forsi troppo

fallassi in presunzion, facia ei mia scusa,

e se mia voglia accesa, in ciò mal usa,

me transportasse a qualche duro intoppo

col stil debil e zoppo,

conoscer dei che questo sol procede

da un cor non finto, e da immutabil fede.

 

Se avessi un stil di accomodate rime,

come si converrebbe a la gran doglia,

per me concetta, di tua iniqua sorte,

fareiti udirla in me più che si soglia

udir, in cui più di doler s’estime,

poco lontana da l’orribil morte;

e se non, ché pur par che mi conforte

che variando suo corso il fier destino

debba sortir ancor miglior fortuna,

nè rinovarsi volte tre la Luna

che facia ribombar ogni confino

tuo nome pellegrino,

creggio che già sarei di vita privo,

ma questa speme sola mi tien vivo.

 

Su adunque, ormai, non ne tener più in forse,

ma ad un raccogli le fiorite genti

spiegando ancora l’alto tuo vessillo,

sì che liete ne fian le fidel menti,

cui voler mai altrove non si torse

sol te attendendo qual novo Camillo;

nè fia l’animo lor giamai tranquillo,

fin che non veggian da benigna stella

qualche prospero influsso a tuo soccorso,

per cui si venga a puor sì forte morso

che volga indietro la crudel procella,

e s’oda la novella

che tu sia risalita al grado primo

et a maggior, sì com’io dritto istimo.

 

Riconcigliatti ben prima con Dio

tenendo gli toi casti in religione,

e ben purgati d’ogni menda ria,

e ti sia soprattutto la magione

di Lui ricomandata, e ’l tuo desio

pronto sempre a serbar ogn’opra pia;

che ti fia questa più libera via

di poter poi, sicura, prender l’arme,

e vincitrice uscir d’ogni alta impresa,

cussì che chi verrà tieco a contesa

e con copioso stol contra te s’arme

sentirà tristo carme;

ché essendo Dio per te, chi te fia contra?

E se pur fia, sarà qual pesce a lontra.

 

Rinova in te la cortesia primiera,

sgombrando l’avarizia et ogni orgoglio,

con dismisura ch’alti stati abbassa,

e fa’ salir giustizia al primo soglio,

carità riducendo ancor qual era,

ché senza lei virtù qualunque è cassa;

nè mai fa’ che ti trovi stanca o lassa

le liti a terminar, con un fin presto,

che i subditi ciò in fede e in amor tiene:

onde che avinti con sode catene

gli terrai, se in ciò il cor sempre avrai desto,

ponendovi un tal sesto

che l’oprar tuo fia in terra e in ciel laudato,

e vederai più ognor ampliarti il Stato.

 

Con tal proponimento allarga il freno

sicuramente a l’ordinate squadre,

cortese aprendo il rico tuo tesoro,

et uscir ne vedrai prove leggiadre,

volgendo a te suo sguardo il ciel sereno

benignamente dal supremo coro;

ché, cangiando vicenda, un tal ristoro,

per quel ch’io scerna, ancor dar ti promette

che fia maggior assai di quel che hai perso;

e ben che alor ti fusse alquanto averso,

non fian però sue grazie a te interdette:

ma fel sol perché elette

le conosca da Lui, ch’ogni ben dona,

e non già per virtù d’altra persona.

 

Non pensar che un tal caso il summo Giove

mai permettesse a tua total ruina,

ma per darte di sé qualche arricordo

che, benché ascesa fussi in gran regina,

solo il credessi Re che tutto move,

et a cui dar e tuor sta, e parco e ingordo;

o forsi (e mei con tal pensier m’accordo)

che ’l fruttar mei notassi de toi greggi,

qual d’apprezzar e qual da non far conto:

ché, se mai più aggiongessi a simil ponto,

tu sappia da immandrar qual che tu aggreggi

e qual che tu dispreggi,

ne sia più a disgreggiar qual fusti or orba,

ché per un rio sovente un gregge ammorba.

 

Or su, che fia in favore ogni pianeta,

invita i passi ove il fato ti chiama,

svigliando arditamente il tuo valore,

e vieni a chi t’aspetta e tanto brama,

ché nullo – come sai – tuo venir vieta,

ma stan nemici non senza terrore,

ché acquistarai vettoria con più onore

che non avresti se stato propizio

ti fusse Marte ne la prima zuffa;

per che dirassi: «Ancor che fatto truffa

gli abbiano i suoi fra piciol interstizio,

fuor del comun giudizio

s’è ancor riffatta, e con maggior possanza,

et ha cacciati i suoi nemici in Franza».

 

Canzon, vedrai in un sublime trono,

colei che sòl dar legge a tutto il mondo,

e spero ancor darà più che mai desse.

Dille che a l’alta ispedizion s’appresse,

sì che a l’Itaglia levi il grave pondo,

che è per tuffarla al fondo

se ’l suo soccorso ratto non le rende,

ché vita e morte sol da lei depende.

La canzone si apre fin dall’incipit nel segno di Petrarca (rvf 128, 1 «Italia mia, benché ’l parlar sia indarno»; ma la memoria probabilmente andava anche al Dante di Pg. vi, 127 «Fiorenza mia, ben puoi esser contenta»), che fornisce anche lo schema metrico su cui è costruita, identico a rvf 53 (rispetto alla quale però Guidotto aggiunge una stanza). Entrambi i richiami sono poi anche di natura contenutistica: Spirto gentil è destinata a una figura del partito filo-colonnese nella lotta tra le famiglie romane (vv. 71-73: «Orsi, lupi, leoni, aquile et serpi/ad una gran marmorëa colomna/fanno noia sovente»), immagine che nel bergamasco ha la sua corrispondenza in Venezia contro il resto delle potenze italiane ed europee: corrispondenza rimarcata nel congedo, evidentemente architettato su quello petrarchesco.[8] Anche Italia mia, per il resto, è canzone riferita ad un conflitto tra signori dell’area lombardo-padana (benché la critica sia rivolta principalmente all’impiego di mercenari tedeschi), ed è quindi evidente il gioco di richiami messo in versi da Guidotto.

S’è visto dunque, nei testi riportati fino a questo momento, come Prestinari avesse ben chiaro da che parte stesse la propria lealtà nel quadro politico italiano, una lealtà che viene mantenuta anche nel momento di massima crisi per la Serenissima. C’è, tuttavia, un secondo polo del canzoniere in cui la fedeltà politica del poeta viene a fondersi con un genuino sentimento di affetto: Bergamo. La città natale di Guidotto occupa senz’altro una posizione di assoluto rilievo nel cuore del bergamasco, che infatti le dedica testi non solo di fedeltà e di incoraggiamento, ma anche di severa critica dei costumi, come in un sonetto posto in apertura alla raccolta.

3

In urbem Bergomum, G. P.

Miserabil cità, dove sei gionta?

A sì calamitoso et infelice

Stato, che durtà sol parlar ne lice,

E chi ben opra scende, e mal sormonta.

Crudel etade, a che ti fai sì pronta,

Al mal propizia, al ben persecutrice?

Deh cangia stile, e fatte ormai felice,

E monstra a ben servire e scordar l’onta!

Temp’ è ben d’adulcir le fiere voglie,

E d’amorzar ormai l’accesa vampa

Che dil salir al Ciel par che ne spoglie,

E ridur nostra vita a meglior stampa,

Fin che ’l spirto sustien le fragil spoglie

E che in noi luce ancor celeste lampa.

Naturalmente, alla pars destruens costituita dal severo giudizio cui è consacrata la fronte corrisponde anche una sirma construens, con un genuino invito rivolto alla miserabil cità a riscuotersi dal decadimento che l’atterra e a perseguire piuttosto il bene; il sonetto è stato anche riportato da Lochis, che più che una critica di natura morale preferisce leggervi un lamento politico.[9] Va segnalato inoltre che il sonetto è acrostico, per quanto il significato della frase che si viene a comporre rimanga abbastanza oscuro: «Ma se cadete c’è fe’», forse da interpretare con la speranza che i cittadini, una volta toccato il fondo dell’abisso morale verso cui pericolosamente tendono, troveranno la forza di risollevarsi.

Gli stessi toni sono riscontrabili in un sonetto tronco, come il precedente indirizzato alla città fin dalla rubrica:

51

A la città di Bergomo, Guidoto Pristinaro

Pratica ognun non so qual porà più:

l’un dice: «Quel è buon, quel val, quel può»,

l’altro: «Questo è miglior», quel: «No no no,

ché egli non gli era e ’l patre rebel fu».

Stannosi attenti con l’orechie su,

aspettando ciascun si facia il suo,

nè più si sguarda al danno come al pro,

ove ogni cosa cade a terra giù.

Ahi patria dolce, vedi come va

il tuo governo, ch’ogi in te non è

sol ben, ché quel non vol, l’altro non sa;

se non ti reffa quel che pria ti fé,

certo il tuo stato a gran pericol sta,

ché più non regna carità nì fé.

Qui la critica a Bergamo è indirizzata ad un’evidente inerzia decisionale («ché quel non vol, l’altro non sa»), e in merito va segnalata la prima quartina per il vivace discorso diretto. Ma anche qui, comunque, è ribadito nella sirma l’auspicio che la situazione venga raddrizzata quanto prima, o la città correrà seri pericoli; significativo, poi, che in chiusura venga ripreso il motivo religioso, e in particolare la carità già vista in 145, 61 («carità riducendo ancor qual era») nella parte della canzone dedicata alle vie da percorrere per uscire dalla situazione critica.

Tre testi più avanti il poeta pone un sonetto caudato estremamente enigmatico, quasi alla burchia, uno dei pochissimi testi di Guidotto ad aver suscitato l’interesse degli studiosi (a causa, come vedremo, del destinatario).

54

Domino Leonardo presbytero florentino, G. P.

Poni per cui si fiuta ove si trulla

a’ bergamaschi, e intenderai luor schermi;

e tien’ a doi de trei ben gli ochi fermi,

e ’l sapor gustarai di la medulla;

sin che Valcava t’hebbi u’ si transtulla

fra quelli boschi solitarii et hermi,

per varii monstri e mille strani vermi

fusti balordo, et ancor posto in culla.

Non so se sei fadapio o sterco in petto,

che ritener ti puossa e poggia et orza,

con penna in man a scriver per diletto;

e quando il gran Neptuno l’ira smorza

a doprar l’ongie alora, a far giubetto

de’ tuoi compagni se ti fesser forza;

ché pur sol di la scorza

rico saresti da far fodre a veste,

et opra sempre aresti sin le feste.

Nell’interpretazione puntuale della lettera evito di addentrarmi, tanto il testo è oscuro: parrebbe, tuttavia, possibile ricavare da alcuni elementi («fusti balordo», «Non so se sei fadapio o sterco in petto») un generale atteggiamento di scherno nei confronti del destinatario, e che tale scherno possa essere motivato dalla provenienza geografica (considerato il riferimento ai bergamaschi nella prima quartina). Ho scritto prima che il sonetto è uno dei pochi a risultare citato in un discreto numero di studi, e il fatto è principalmente dovuto a un’errata identificazione del destinatario; più d’uno, infatti, ha voluto riconoscere il Leonardo florentino in Leonardo da Vinci, che in effetti nel torno d’anni in cui Guidotto scriveva si trovava a Milano alla corte del Moro. Il fraintendimento, per quanto è dato sapere, risale a un errore tardo-ottocentesco nello scioglimento dell’abbreviazione (“pbro” con “b” titulata, in effetti di difficile lettura) posta nel manoscritto tra i due termini: errore probabilmente psicologico, nel senso che si è voluto mettere Leonardo da Vinci dove effettivamente non c’era allo scopo di dare maggior peso specifico alla produzione di Guidotto per la presenza di un destinatario illustre. Il peccato originale fu di Gustavo Uzielli,[10] che volle sciogliere in pho (a intendere philosopho) in uno studio dedicato a Leonardo da Vinci, nonostante una decina di anni prima già Lochis[11] avesse rinunciato, a malincuore, alla prestigiosa identificazione, preferendo leggere un più cauto «patritio o forse petro». L’errore di Uzielli venne ripetuto in seguito da Angelo Mazzi[12] in un articolo sul rapporto tra Leonardo e l’area bergamasca, che riprendendo il sonetto dal predecessore sciolse direttamente pho in filosofo, e Luca Beltrami,[13] che invece mantenne l’abbreviazione; infine, la svista è sopravvissuta fino ad anni molto più vicini a noi, dato che il sonetto è riportato (con pho nella rubrica) anche nella monografia su Leonardo di Carlo Vecce.[14] Per quanto mi riguarda, condivido senza dubbio la lettura presbytero di Giorgio Dilemmi,[15] peraltro confermata rapidamente da una scorsa al Cappelli.[16] Chi sia dunque il religioso fiorentino schernito da Guidotto rimane un mistero; quanto conta è stabilire che non si tratta di Leonardo da Vinci, che certo gli ordini non li prese mai.

L’ultimo testo che riporto conclude anche la micro-sezione su Bergamo, essendo una canzone rivolta alla città, come specificato dalla rubrica, in un momento storico di crisi.

138

A la patria sua di Bergomo posta quasi in assidio da nemici. Guidoto Pristinaro

Patria dolce, non senza gran dolore

mi trovo quand’io penso

a le calamitati ove or sei avolta,

ché già solevi a l’altre puor terrore

con puoter alto e ’mmenso,

et or ogni virtù par ti sia tolta.

Risvigliati una volta

a chi t’han fatto e fanno tanto oltraggio,

col cuor ardito e saggio,

rimembrandoti gli altri tempi e danni,

vindica l’onte de’ presenti affanni!

 

Dov’è il saper? ove il consiglio antico

de gli ecelsi tuoi Padri,

la magnanimità, l’ingegno e l’arte?

Ove il valor, d’ogni viltà nemico,

de quei spirti legiadri

che te tenean famosa in ogni parte?

E ’l bellicoso Marte

che ti suol esser già propitio tanto?

Extincto è ’l primo vanto,

in gran procella senza guida e scorta,

et in te ogni speranza è quasi morta.

 

Non ti smarir, ma ognor più ferma e salda,

con grande e constante animo,

ché sai che sei già stata a pegior porto;

dal pigro gielo or ti riscote e scalda,

ché quel forte e magnanimo

chi te diffese già non è ancor morto.

Non longi è ’l tuo conforto

che ti vien a sgombrar tanta paura;

adunque t’assicura,

ché sai che l’acqua, la tempesta e ’l vento

sovente abonda, e scema in un momento.

 

La fideltate ogn’altra dote avanza,

ma nulla o poco giova

chi non l’adopra ne le cose adverse;

la prudenzia de l’omo, e la constanza

alor si vede, e prova

quando prosperità sono sommerse.

Se ’l ti rimembra Xerse,

con grande impeto e furia in Grecia venne,

ma presto gli convenne

con gran vergogna e clade fuggir vinto,

lasciando il campo quasi tutto istinto.

 

Se non afferma chi molesta altrui,

e tal comincia assalto

ch’è superato ne l’istremo ponto,

scioco, fuor di se stesso è ben colui

che per volar troppo alto

precipite nel mar si trova gionto;

chi crede di far conto

senza l’oste, sovente il fa due volte,

cussì a le genti stolte

avenirà del temerario ardire,

e cadran sopra lor le Furie dire.

 

Fra tutte l’altre vai col capo altiero,

ché insino al cielo tocchi,

magnifica, superba e trionfante,

tal che qua giù non è verun guerrero,

con quanti artiglii scocchi,

ch’a pigliarte per forza sia bastante;

nullo fia sì arrogante

che te ispugnar, se fe’ si serba, ardisca,

e chi salir s’arrisca

tant’alto ove altri mai non fecer prove,

gli scontrerà come a’ giganti Giove.

 

Non ti curar, quantunque tutte intorno

ti fian le membra oppresse,

pur che la testa invitta si conserbe;

ma ricerca ben dentro al tuo soggiorno,

non aspettar le presse,

come già festi ne le guerre acerbe;

e sterpa le mal erbe

che non san mai fruttar in tutto l’anno,

e i tarli che non fanno

che roder sempre, e ’l morso lor non dorme

cercando ogn’altro trar a sé conforme.

 

Fa’ che toi figlii sian uniti insieme,

scordandosi l’offese

con un eguale amor e una sol voglia,

sì che a guardarsi indietro alcun non treme

venendosi a le prese

contr’a’ nemici quando ti fan doglia;

nulla fia che ti toglia,

serbando ciò, gli vettoriosi onori,

e vedran toi signori

che stata sei fidel sin al essizio

guidardonando il tuo leal servizio.

 

Non è svigliato ancor, ma s’el si desta,

l’aligero Leone

che sbigottisce ogni animal terreno,

solo squassando la lanosa testa

e l’Aquila e ’l Dragone

farà tremar morzando il fier veneno;

e vedrai poner freno

a’ barbari che entraro a sì gran corso,

e, fiacato il lor dorso,

in breve tempo per qualunque varco

non altro s’udirà che «Marco! Marco!».

 

Non è chi possa contra al stabil trono

del sublime senato,

al cui vessillo e terra e mar s’inchina;

ché men potenti fur di ciò che or sono,

e di minore stato,

nè però furon spinti a la marina;

ma a’ nemici la schina

fer più volte voltar senza ristoro.

Or, c’han più impero et oro,

cre’ che terran tutta l’Itaglia in briglia,

e sarai tu la più diletta figlia.

 

Canzon, in alto colle

una città vedrai turbata in vista,

tutta pensosa, e trista;

dille che viva lieta, e non pavente,

insino a tanto che san Marco sente.

La canzone riprende lo schema metrico da Che debb’io far? (rvf 268), il planctus per la morte di Laura; evidente, dunque, che rispetto all’altra canzone riportata qui Guidotto impiega la fonte soltanto da un punto di vista stilistico (è da registrare l’aggiunta, inoltre, di tre stanze). Come noto fin dalla rubrica, il contenuto articola una consolatoria rivolta alla patria dolce (iunctura anche in 51, 9), che non scivola nel patetismo ma incita da subito alla riscossa contro i nemici: «l’Aquila e ’l Dragone», ancora secondo la consolidata metafora animale, vale a dire Massimiliano i e Massimiliano Sforza, il figlio del Moro artefice – con l’omonimo imperatore – di un’effimera riconquista del ducato milanese tra il 1512 e il 1515. Manca naturalmente il Gallo, che in quest’occasione si trovava alleato del Leone veneziano, di cui ancora una volta viene auspicato l’intervento; e l’intervento ci sarà, quando le truppe francesi e venete riprenderanno l’area lombarda e restaureranno il dominio transalpino sul ducato, lasciando che Bergamo rientrasse definitivamente fra i territori della Serenissima.

Il 1515, dunque, è l’anno che segna, oltre alla conclusione di un ventennio terribile per il capoluogo orobico, il momento in cui possiamo presumere che Guidotto (ormai sessantenne) abbia deciso di abbandonare la tematica storico-politica – e al 1515 è datato un sonetto (103) dedicato al podestà di Bergamo Domenico Contarini dai toni decisamente entusiastici – e di dedicarsi alla produzione religiosa di cui abbonda l’ultima sezione del manoscritto. I pochi testi che ho riportato non permettono, ovviamente, alcuna considerazione di poetica; ma, a mio avviso, tratteggiano una panoramica abbastanza chiara di quello che – come ho scritto all’inizio di questo contributo – voleva dire essere un suddito della Serenissima in una posizione geografica di frontiera, durante il periodo storico più incandescente dell’intero Rinascimento.

 

Stefano Pezzè – Università Ca’ Foscari Venezia. Mi sono laureato presso l’Università degli Studi di Trento con una tesi in cui ho commentato il Canzoniere per Bianca Maria Sforza di Gaspare Ambrogio Visconti. Attualmente sono dottorando all’Università Ca’ Foscari Venezia e lavoro a un progetto che prevede il commento alla Cerva bianca di Antonio Fileremo Fregoso e una storia del simbolo cervino nella letteratura italiana. Mi occupo principalmente di poesia quattro-cinquecentesca, benché con diverse incursioni nel proto-umanesimo (Petrarca e Boccaccio); sono intervenuto a convegni in Italia e all’estero parlando di Certame Coronario, poesia epistolare, fortuna del Neoplatonismo nella Milano rinascimentale e sul valore simbolico della cerva bianca in letteratura; ho curato la scheda su Guidotto Prestinari per l’Atlante dei canzonieri in volgare del Quattrocento.

[1] Decisamente carente la bibliografia dedicata al poeta: se ne occuparono per primi Carlo Lochis (C. Lochis, Guidotto Prestinari e di un codice delle sue poesie, «Bergamo o sia notizie patrie. Almanacco scientifico-artistico-letterario», lxxiii (1887), pp. 1-66), che riportò (interi o a stralci, in edizione diplomatica) un buon numero di testi prestinariani, tra i quali anche pressoché tutti quelli editi in questa sede, ed Elia Zerbini (E. Zerbini, Di Guidotto Prestinari, «Giornale storico della letteratura italiana», xi (1888), pp. 475-477), che contribuì a definire gli estremi cronologici e diede qualche notizia biografica; su Guidotto cadde poi un silenzio critico di quasi un secolo, finché non se ne occupò Giorgio Dilemmi in un articolo del 1976 (G. Dilemmi, Le rime di Guidotto Prestinari, «Studi di filologia italiana», 34 (1976), pp. 187-248, ora confluito in G. Dilemmi, Dalle corti al Bembo, Bologna, Clueb, 2000), il primo studio filologicamente rigoroso dedicato al poeta, corredato di un utile incipitario (la cui numerazione si segue in questo studio) e dell’edizione di alcuni testi, e in un più recente contributo (G. Dilemmi, Agli antipodi del Canzoniere: le Rime di Guidotto Prestinari, Varia struttura di un libro d’autore, in «Liber», «fragmenta», «libellus» prima e dopo Petrarca, a c. di F. Lo Monaco, L. C. Rossi, N. Scaffai, Firenze, Sismel – Edizioni del Galluzzo, 2006) che studia la strutturazione interna del manoscritto.

[2] Dilemmi, Le rime cit., p. 99.

[3] Per una recensio accurata si veda ivi, pp. 101-120.

[4] Dilemmi, Agli antipodi cit., p. 241.

[5] Gasparo Visconti, I Canzonieri per Beatrice d’Este e per Bianca Maria Sforza, ed. critica a c. di P. Bongrani, Milano, Il Saggiatore, Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, 1979, cxxvii-cxxxiii, pp. 93-98.

[6] La sperimentazione metrica è uno degli elementi più interessanti del manoscritto che ci è pervenuto: per un totale di 174 componimenti ci sono 8 sonetti caudati, 12 tronchi e 15 sdruccioli, cui vanno aggiunti due capitoli pastorali sdruccioli di discreta estensione (144 di 208 versi e 156 di 130).

[7] Dilemmi, Le Rime cit., p. 99.

[8] rvf 53, 99-106 «Sopra ‘l monte Tarpeio, canzon, vedrai/un cavalier, ch’Italia tutta honora,/pensoso piú d’ altrui che di se stesso./Digli: Un che non ti vide anchor da presso,/se non come per fama huom s’ innamora,/dice che Roma ognora/con gli occhi di dolor bagnati et molli/ti chier mercé da tutti sette i colli».

[9] Lochis, Guidotto Prestinari cit., p. 22: «E veramente erano ben tristi quei tempi per la nostra città; poiché essa in pochi anni mutò padroni un’infinità di volte e vide il suo territorio corso e devastato da masnade svizzere, spagnuole, tedesche e francesi».

[10] G. Uzielli, Ricerche intorno a Leonardo da Vinci, Torino, Loescher, 1896, p. 520.

[11] C. Lochis, Guidotto Prestinari cit., pp. 43-44: «ma tra il nome Leonardo e florentino vi è un’altra parola abbreviata, che non abbiamo potuto leggere: forse significa patritio o forse petro. Quel nome di Leonardo ci fece subito balenare l’idea che il nostro Prestinari avesse diretto la sua poesia al gran Leonardo da Vinci […] Ma la lettura del Sonetto, che per la sostanza e per la forma non si capisce come possa riferirsi a quel grand’uomo, ci persuase ad abbandonare tale pensiero: e lo facemmo proprio con dispiacere, perché sarebbe stato interessante l’aver potuto trovare una relazione tra il nostro poeta e il celebre artista fiorentino»; prudenza, quella di Lochis, non condivisa da chi l’ha succeduto, evidentemente entusiasmato all’idea di aver trovato una simile «relazione».

[12] A. Mazzi, Schizzi di Leonardo da Vinci riguardanti il territorio bergamasco, «Bollettino della civica biblioteca di Bergamo», vii, 2, 1913, pp. 45-82).

[13] L. Beltrami, Documenti e memorie reguardanti la vita e le opere de Leonardo da Vinci, Milano, Treves, 1919, p. 208.

[14] C. Vecce, Leonardo, Roma, Salerno, 1998, p. 131.

[15] Dilemmi, Le Rime cit., p. 104.

[16] A. Cappelli, Dizionario di abbreviature latine ed italiane, Milano, Hoepli, 1912, p. 263.

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